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Le eroine cinematografiche più amate dal grande pubblico

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Gli americani non hanno dubbi al riguardo: la più amata è proprio lei, la bellissima e tenace Hermione Granger (Emma Watson), ammirata a tal punto da rubare lo storico primato alla raffinata Holly Golightly (Audrey Hepburn) e alla sua colazione da sogno.

Sarà che le principesse sono cadute nel dimenticatoio da un bel po’ o che qualsiasi donzella che si rispetti preferisca un’ avventura mozzafiato ai diamanti di Tiffany, ma il binomio diva-bambola non convince più come una volta. È chiaro che la bellezza non passerà mai di moda ma la donna che vive esclusivamente in funzione della sua dimensione emotiva e che confida sulla possibilità di trovare un uomo facoltoso per alleggerirsi di qualche responsabilità non può più trovare spazio sul gradino più alto del podio.

Nella società contemporanea le priorità sono altre, di conseguenza le eroine mutano forma e contenuto senza, però, calpestare il ricordo di ciò che è stato. Fa riflettere, infatti, un dato significativo: nella classifica del pubblico a stelle e strisce passato e presente continuano a convivere in armonia. Dunque, al terzo posto troviamo la mitica-indimenticabile-intramontabile Leia Organa (Carrie Fisher), imperatrice stellare e maestra di stile che mi auguro rimanga sul podio nei secoli a venire (finché ciò accadrà l’immaginario collettivo sarà degno di stima), al quarto posto lasciamo che ci strappi un sorriso consapevole e nostalgico Mary Poppins (Julie Andrews), la tata ideale dei bambini dal 1964 a oggi, mentre al quinto posto incontriamo la roccia Sarah Connor (Linda Hamilton), guerriera coraggiosa e madre del prescelto, il che è già un motivo sufficiente per garantirle la duratura approvazione all’unisono.

L’unico aspetto che lascia perplessi è la postazione di Mia Wallace (Uma Thurman), dal momento che l’ape regina per eccellenza trova spazio soltanto al dodicesimo posto della lista. Premettendo che avrei messo ben volentieri al collo della sposa più bella che gli stanchi occhi di Bill abbiano mai visto la medaglia d’oro, mi risulta difficile, se non incomprensibile, la ragione per cui una come Mia possa guadagnare un misero dodicesimo posto. Ma i gusti, si sa, sono insindacabili.

A questo punto, sarebbe interessante scoprire quali sorprese ci riservi il pubblico italiano, dal momento che il Bel paese può vantare una carrellata di mostri sacri in gonnella da fare invidia a chiunque, a volte persino alla Hollywood Factory che, tuttavia, vince facile perché gioca sui grandi numeri. Da Anna Magnani a Monica Vitti, da Sofia Loren a Claudia Cardinale, da Margherita Buy a Laura Morante e Claudia Gerini che continuano a mantenere alto il buon nome delle attrici italiane, si potrebbe elencare una serie infinita di personaggi femminili che ci hanno regalato grandi emozioni e, perché no, parecchi sorrisi.

I più attempati ricorderanno con piacere Assunta (Monica Vitti), la spassosissima ragazza con la pistola che si trasferisce nel Regno Unito per combinarne di tutti i colori o si commuoveranno pensando alla sfortunata Pina (Anna Magnani) schiacciata sotto il peso di una Roma affamata e crudele. Il fascino di Adelina/Anna/Mara (Sofia Loren) di Ieri, oggi, domani, invece, è scolpito tanto nella memoria dei più maturi quanto in quella dei giovani perché la Loren, così come la Cardinale sono il simbolo della bellezza e del talento mediterraneo, lo stesso che ha fatto gola anche a tanti registi oltreoceano.

Infine, anche gettando lo sguardo sul cinema contemporaneo si trovano delle piacevoli conferme. Chi non è rimasto senza parole di fronte al carisma con cui Antonia (Margherita Buy) ha trascinato nel suo universo caotico l’adorabile esercito di Fate ignoranti o chi non ha riso a crepapelle durante le nozze di Jessica (Claudia Gerini), considerate le più tamarre della storia del cinema italiano? E, se non bastasse, chi gradisce particolarmente la dimensione culturale non può non apprezzare gli irresistibili personaggi nevrotici e intellettuali interpretati da Laura Morante.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma! Donne forti, spontanee, comiche, fiere del proprio vissuto e sprezzanti dell’opinione comune. Donne che, per un motivo o per un altro, ci hanno fatto sognare.

Remake, reboot e sequels. Perché Hollywood continua a farli

By Film, NerdPensiero No Comments

“Remake” è la parola preferita dagli studios Hollywood. Fin da quando si sono iniziati a fare film, ci sono stati registi, produttori e scrittori che chiedono di riproporre tutto ciò che era già stato presentato sul grande schermo. Perché? Perché a volte funziona davvero. Senza l’originale Scarface del 1932, il pubblico non avrebbe mai avuto il successivo capolavoro del 1983 interpretato da Al Pacino. Lo stesso vale per Ocean’s Eleven, Il Falcone Maltese, A qualcuno piace caldo e altre gemme di Hollywood. Se iniziate a studiare la storia del cinema di esempi del genere ne troverete parecchi. Certo è indubbio che le motivazioni che spingono a produrre un remake sono molte. C’è la volontà di rendere giustizia ad una storia che probabilmente nel momento in cui è stata originariamente proposta la tecnologia non era adatta, o semplicemente perché si vuole far conoscere la stessa storia ad un pubblico più adulto o più giovane, dunque modificandone tutto, o poco, tranne che il messaggio centrale, o semplicemente perché si vuole giocare sul sicuro riproponendo di base la stessa storia, a parte qualche piccolo dettaglio. Purtroppo però ultimamente, sembra che ci sia un trend crescente: rifare film, con un grande budget, grandi classici entrati di diritto e di prepotenza nel tessuto socio culturale della nostra civiltà. Se da un canto i motivi artistici sono diversi, anche più di quelli proposti da noi, dal lato degli studios il motivo per fare un remake, un reboot o un sequel è uno e uno soltanto: i SOLDI!

Beh, è semplice. I riavvio a dirsi, ma i remakes, i reboot e i sequels, sono più redditizi dei sogni più selvaggi. I film che hanno già avuto un grande successo sono film garantiti, cioè hanno già un seguito garantito che andrà a vedere il film sul grande schermo. Per non parlare del merchandising, già perché non sono solo i film singoli e auto conclusivi che vengono “violati” ma soprattutto i franchise e le saghe. Più che mai, gli studi di Hollywood stanno diventando dipendenti dai franchise passati, facendo di tutto per tenerli vivi. Un franchising che aveva tutto questo e più a suo favore è stato il “Jurassic Park” franchise, con il suo reboot-sequel 2015, “Jurassic World”. Non è stato solo in grado di dimostrare che i remake hanno ancora le gambe, ma è stato anche in grado di dimostrare che i reboot possono superare l’originale con un record di 208,8 milioni di dollari solo negli USA e solo nel week end di uscita, secondo la rivista di intrattenimento Variety. Anche “Star Wars: The Force Awakens”, ha fatto 247 milioni di dollari nel suo debutto negli U.S.A., ma molti altri sono stati dei flop, uno per tutti “Total Recall, Atto di Forza”.

Il vero problema è che a volte quando si ripropone un film già visto, ci si deve scontrare con molto più che il film stesso, come i ricordi e le emozioni delle persone che lo hanno già visto. E’ come dire che dopo anni in di matrimonio o anche dopo anni di mangiare il vostro piatto preferito esattamente quando volete, qualcuno vi proponga la stessa medesima cosa o la stessa persona, con qualche piccolo dettaglio diverso. Come la prendereste? A voler essere polemico si potrebbe dire che Hollywood ha finito le idee nuove negli anni 90, ma ancora oggi escono pellicole indipendenti, cioè non prodotti dai grandi studios che sono vere e proprie gemme, semmai verrebbe da dire che Hollywood preferisce rifare cose già fatte piuttosto che trovare nuove idee o quantomeno originali. Ma la verità è che il pubblico andrà sempre e comunque al cinema a vedere quei film perché il lavoro del cinema e’ quello di far sognare, con qualsiasi mezzo possibile. E purtroppo, o per fortuna, ci riescono benissimo.

Tornano i Guardiani della Galassia tra azione e comicità

By Film, NerdPensiero No Comments

Ammettiamolo, nessuno conosceva, o prendeva in considerazione i Guardiani della galassia prima che la Marvel ci facesse un film nel 2014. E poi tutti noi lo abbiamo amato. Il fumetto, creato nel 1969, sembrava una versione light degli Avengers. Ma sul grande schermo, ha raggiunto un quasi perfetto effetto action-comico, grazie soprattutto allo sceneggiatore e regista James Gunn. I Guardiani della galassia hanno fatto jackpot al box-office a livello mondiale (773 milioni di dollari), mostrandoci come il fascino sconnesso e l’inganno sfuggente potrebbero essere il solo antidoto alla solita formula hollywoodiana. Ci doveva essere un sequel.

Guardiani della galassia Vol. 2 non può corrispondere alla sorpresa del sneak-attack del suo predecessore. Puoi farlo solo una volta. La buona notizia, però, è che il follow-up, pur assumendo alcuni blocchi di CGI e la lentezza del sequel, non ha perso il suo amore per la follia ispirata. Andare a zonzo con Star Lord e con i suoi disadattati mercenari spaziali è ancora tutto quello che vorresti in un selvaggio blockbuster estivo. Oltre a Chris Pratt (Star Lord), virtuoso con un certo fascino scanzonato, Zoe Saldana è tornata come Gamora, l’assassina di colore verde che continua a bloccare i progressi emotivi di Star Lord. C’è il campione di wrestling Dave Bautista, uno spassoso e pazzo Drax il Distruttore. E poi c’è Rocket, il procione alterato ciberneticamente, doppiato da Bradley Cooper. Infine Baby Groot, un simpatico frammento di corteccia di albero delicatamente pronunciato da Vin Diesel che, qualunque sia la situazione, cigola le stesse tre parole: “Io Sono Groot”. Una stupenda spalla comica…violenta.

La trama? Questa volta, Peter Quinn, cioè Star Lord, e il suo equipaggio sulla nave spaziale stanno correndo da una razza dorata di alieni che si chiamano i Sovereign, che li ha ingaggiati per proteggere le batterie che fanno funzionare questi extraterrestri. I Guardiani scatenano l’ira dell’alta sacerdotessa Ayesha (Elizabeth Debicki) quando Rocket ruba alcune batterie per se stesso. Si verifica una battaglia spaziale che provoca la caduta della nave sul pianeta forestale Berhart. Su questo nuovo mondo i guardiani vengono raggiunti da Ego, il pianeta vivente (Kurt Russell), un essere astrale che apparentemente è il padre di Quinn.

Non voglio percorrere ulteriormente il territorio dello spoiler, salvo per dire che i legami familiari sono radicati nel DNA di questo copione. Non solo Quinn ed Ego, ma Star Lord e suo padre surrogato, Yondu (Michael Rooker), il capo del Ravager che prima ha rapito Quinn da bambino e poi l’ha usato nella sua battaglia tra cacciatori di taglie.
Ma il film comunque ha delle pecche, che tutto sommato nella visione d’insieme non lo rende per niente sgradevole.
Guardiani della galassia Vol. 2 è esattamente quello che promette di essere un film di fantascienza scanzonato, divertente, pieno di azione e con un po’ di cuore.

Per i Nerd è 3 occhialini e mezzo.

Disney, tra passato e futuro. I live action sono l’evoluzione o la rovina?

By Film, NerdPensiero No Comments

È la moda degli ultimi anni. È inutile girarci intorno. Bisogna capire se tutto questo nasce per una mancanza di fantasia o semplicemente la Disney vuole sfruttare, nuovamente, dei brand che sono dei classici ma ormai sopiti, con delle potenzialità ma già “antichi”.

I remake in live action sono una realtà. I primi esperimenti furono La Carica dei 101 diretto da Stephen Herek, con una temibile Glenn Close nei panni di Crudelia. Un buon prodotto il primo. Il secondo abbastanza mediocre.

La vera rivoluzione si ha in questo decennio e probabilmente è tutta colpa di Tim Burton e Johnny Depp. Dei geni prestati al mondo disneyano che hanno riportato in vita il magico universo di Lewis Carroll di Alice. Anche in questo caso, il primo film è stato un successo planetario che ha “costretto” la Disney a lanciare questa nuova moda. Rifare tutti i vecchi cartoni animati in film, con attori in carne e ossa. Come La Carica 101, però, il sequel di Alice è stato deludente.

Il dado ormai era tratto. L’apprendista stregone fu un mezzo flop. Maleficent, dedicato alla strega Malefica de La bella addormentata nel bosco, interpretata da Angelina Jolie, nel 2014 ha confermato che la strada di Alice in Wonderland si poteva percorrere ancora. Successo pazzesco 180 milioni di costo, 758 d’incasso, not bad.

Altro grande classico tornato in vita è Cenerentola, uscito nel 2015 con la regia di Kenneth Branagh. Cast stellare, con Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett e Helena Bonham Carter. Storia non modificata, anche se non è stato un enorme successo 95 milioni di budget per 543 di ricavi.

Diversamente, la miglior trasposizione al momento è Il libro della giungla (2016) di Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man, che ha miscelato il cartoon Disney del 1967 con temi reali di Kipling: 175 il costo, addirittura 966 l’incasso. Qui probabilmente la casa di Topolino e company realizza di poter sfruttare a piene mani i grandi classici. Arriva La bella e la bestia, un musical dove la Disney sguazza come i vecchi tempi. Qualitativamente non eccezionale ma sicuramente un successo.

Il futuro non sarà molto diverso. Ormai la strada è segnata. Il prossimo anno vedrà tornare al cinema nel suo remake live action Mulan.

Successivamente sarà la volta di Dumbo. Con la regia di Tim Burton. Pausa scenica. E vedrà tra gli attori protagonisti Eva Green, Colin Farrell e Danny DeVito. Altra pausa scenica. La pellicola potrebbe essere realmente fuori di testa e psichedelica.

Ma non finisce qui. Sono in pre-produzione film come Cruella (avete presente Maleficent? Però con Crudelia De Mon), Tink (dedicato a Trilli / Campanellino), Winnie the Pooh (probabilmente un ibrido tra riprese in live action e CGI), Pinocchio, Genies (prequel di Aladdin), Aladdin stesso, La spada nella roccia, Rose Red (sulla sorella di Biancaneve), Peter Pan, La sirenetta, Il re leone, un sequel per Maleficent, un sequel per Il libro della giungla e una nuova versione di James e la pesca gigante.

Insomma. Per il futuro la Disney si tuffa nel passato. In alcuni casi con ottimi risultati raggiunti, in altri con dei flop. Ma la domanda chiave è: non saranno un po’ troppi tutti questi progetti? Perché non si produce più nulla di nuovo?

La Fantasia è finita od ormai la Disney è semplicemente una azienda che deve fare soldi? Quando il motto di Walt, “Se puoi sognarlo, puoi farlo!”, si è trasformato in “Se puoi fare soldi facili, devi farli”?

5 motivi per guardare Iron Fist

By NerdPensiero, Serie TV No Comments

Il nuovo prodotto della Marvel/Netflix ci presenta un nuovo eroe dei fumetti e si collega alle altre serie Netflix.

Il progetto Marvel Netflix ci ha regalato costantemente nuovi personaggi e le loro storie. Ognuno condivide un tratto comune che contengono azione hard core e spessore emotiva dei personaggi. In quello più recente, Iron Fist, incontriamo Danny Rand.
Esperto di arti marziali, il personaggio e la sua storia continuano il tono alto e le scene di lotta che abbiamo imparato ad aspettarci da questo genere di serie. Pur essendo la quinta serie Marvel Netflix, semplicemente non è della stessa stoffa delle altre. Stiamo assistendo a una nuova terra inesplorata attraverso gli occhi di un altro personaggio dei fumetti, portato alla vita sul piccolo schermo.
Tuttavia, ci saranno anche alcuni volti noti e richiami per rassicurare allo spettatore la continuità dello stesso universo degli altri.

Abbiamo guardato i primi otto episodi. Ecco cinque ragioni per cui guardare Iron Fist.

1 – Iron Fist non è un personaggio depresso.

Immaginate di essere un ragazzino, i genitori muoiono di fronte a voi, e vi ritrovate in una città sconosciuta. Sappiamo cosa è successo a Bruce Wayne quando ha assistito alla morte dei suoi genitori: è diventato un vigilante ossessionato e cupo. La storia di Danny Rand è un po’ diversa. Anche se torna a casa dopo 15 anni e scopre quanto è cambiato, è ancora abbastanza ottimista. Forse ha a che fare con la formazione e l’educazione che ha ricevuto. Forse ha avuto tutto il tempo di scatenare rabbia o frustrazione durante le sue esperienze. In ogni caso, è semplicemente più equilibrato di personaggi come Daredevil e Jessica Jones. È piacevole vedere un personaggio che ha una prospettiva più positiva sulle cose. Questo non vuol dire che Danny si vedrà in giro con un grande sorriso sul suo volto. Quando il momento arriva non esita ad agire. Questo, in una serie Marvel vuol dire: menare con calci e pugni un sacco di gente. Insieme con le sue abilità di arti marziali, ha la capacità d’incanalare il suo Chi, così da poter attingere l’energia sovrumana derivata dal cuore del serpente mistico Shou-Lao. Almeno, questa è la spiegazione fornita nei fumetti. La linea di fondo, però, è lo stesso: il suo pugno si illumina e diventa una arma devastante.

2 – La Mistica Città di K’un-Lun esiste.

Nei fumetti, K’un-Lun è una delle “Capitali del Cielo” ed esiste in un’altra dimensione. La città appare solo nel regno terreno ogni 15 anni. Gli appassionati di fumetti si saranno chiesti come K’un-Lun potesse essere utilizzata dagli autori, se si ipotizzava e se potesse esistere effettivamente in un’altra dimensione. Danny lo spiega ad a un medico in uno dei primi episodi. Spesso gli elementi dai fumetti devono essere cambiati per la camera ma lo si può fare in maniera intelligente e per nulla cliché. K’un-Lun e il tempo che Danny vi ha trascorso sono una parte enorme di quello che forma il suo personaggio.

3 – The Defenders è in fase di realizzazione.

Durante il San Diego Comic-Con del 2016, Netflix ha mostrato un teaser per la serie The Defenders. È ormai noto che Iron Fist si unirà a Daredevil, Jessica Jones, e Luke Cage per fronteggiare una grossa minaccia. Mentre si guarda la serie di Iron Fist, lo spettatore fa la conoscenza con diverse parti di New York. Ritornano alcuni volti familiari, che fungono da trade union con gli altri personaggi dell’universo Marvel. Claire Temple, interpretata da Rosario Dawson, è diventata amica di uno dei personaggi che Danny incontra. Temple è l’ex infermiera che ha utilizzato le sue conoscenze per aiutare Daredevil, Jessica Jones, e Luke Cage. Sta diventando la Stan Lee della Marvel Universe Netflix, tanto da fare apparizioni in tutte le serie finora realizzate. Jeri Hogarth, interpretata da Carrie-Anne Moss, è stato introdotto nella serie Jessica Jones. Il suo personaggio è stato liberamente tratto Jeryn Hogarth, uno degli avvocati che lavora per Danny Rand nei fumetti. Si può facilmente immaginare che conoscere un avvocato, può essere utile quando il mondo crede che fossi morto da 15 anni. Misty Knight, introdotta in Luke Cage, dovrebbe apparire in uno degli ultimi episodi. Poi ci sono un paio di cattivi…

4 – Madame Gao e la Mano.

Ricordate Madame Gao da Daredevil stagione uno e due? Lei stava vendendo eroina che aveva riportava sul pacchetto un simbolo di serpente. Quel simbolo è simile al “tatuaggio” sul petto di Danny Rand. Quando Daredevil la affrontò, lei lo fece volare semplicemente con il palmo della mano. Rumors teorizzato che il personaggio abbia visitato K’un-Lun a un certo punto della sua, apparentemente, lunga vita. È possibile che possa rivelarsi una versione della Madre Gru della serie a fumetti “Immortal Iron Fist”, del 2007. La Madre Gru era un mistico e anche il sovrano di una delle altre leggendarie “Capitali del Cielo”. Se questo è il caso, Iron Fist avrà decisamente pane per i suoi denti. Anche la Mano fa il suo ritorno: un esercito di ninja malvagi non è mai una buona cosa.

5 – Molta azione e violenza.

Se si dispone di un protagonista addestrato in una città mistica al solo scopo di trasformarlo in un’arma vivente, potete immaginare i combattimenti che ci si aspetta. Danny è veloce all’azione. Combatte con facilità e grazia, anche se difficilmente lo si vede combattere contro più nemici contemporaneamente. Ma Danny Rand non è l’unico che può combattere. Anche Colleen Wing, che si fa chiamare la Figlia del Drago, salta dal fumetto al piccolo schermo. Colleen gestisce un dojo e addestra i giovani del suo quartiere a combattere e soprattutto a difendersi. C’è una forte sinergia tra lei e Iron Fist e nei fumetti è la migliore amica di Misty Knight. Colleen in Iron Fist riesce ad avere abbastanza screen time da sfoggiare le sue abilità di combattimento. Danny avrà assolutamente bisogno del suo aiuto per affrontare le minacce che gli verranno lanciate addosso.

Tutto questo e molto altro ancora è la serie di Iron Fist su Netflix. Per i Nerd è un bel 4 su 5.

Logan, il viaggio umano di un supereroe

By Film, NerdPensiero No Comments

È stata una strada lunga e tortuosa per il Wolverine di Hugh Jackman. Dal momento in cui il mondo ha conosciuto il genere supereroistico moderno con X-Men del 2000, lui è stato presente per quasi tutte le sue fasi, sia alti che bassi. Dopo nove apparizioni nel ruolo, Jackman è pronto per appendere definitivamente gli artigli al chiodo. Ma la sua ultima apparizione come Logan è il degno addio che il pubblico, i fans e la critica si aspetta.

L’anno è il 2029 e non nascono più mutanti da 25 anni. La maggioranza della razza mutante è morta e Wolverine alias Logan (Hugh Jackman) ora utilizza il suo nome di battesimo, ovvero James Howlett e si guadagna da vivere come un autista di limousine. I suoi poteri di guarigione hanno ormai iniziato da tempo a diminuire. Inoltre, per completare il tutto, Logan si trova ad accudire, in una struttura abbandonata vicino al confine degli Stati Uniti e Messico, il vecchio e malato professor Charles Xavier (Patrick Stewart), ora novantenne e classificato da parte del governo degli Stati Uniti come “arma di distruzione di massa” proprio a causa della sua incapacità di controllare al completo i suoi poteri mentali.

Questa è la premessa del terzo capitolo della saga dedicata al celeberrimo mutante con gli artigli di adamantio. Diretto da James Mangold, già regista di Wolverine l’immortale, Logan è il punto di arrivo di un raccordo iniziato diciassette anni. Logan è un film che non teme il confronto con il cinema mainstream, poiché anche se Logan si ispira liberamente alle famose graphic novel Marvel “Old Man Logan” e, “La Morte di Wolverine” (anche se in pochi hanno colto questo adattamento), il film ha molto di più in comune con pellicole del calibro di The Grey di Joe Carnahan. Logan (scritto da Mangold stesso) è un film maturo in cui il protagonista si imbarca in un esame personale, nel pieno di una lotta con il proprio senso di mortalità, mentre si ritrova ancora una volta a dover combatter una battaglia che non sente realmente sua.

Logan è esattamente il genere di film che i fans hanno aspettato per quasi venti anni, in cui la Fox ha acconsentito a realizzare una storia più simile, se non altro graficamente, all’essenza del personaggio fumettistico piuttosto che la sua versione, a tratti edulcorata, presentata al pubblico precedentemente. Ma questo capitolo conclusivo della trilogia ha anche un altro enorme merito, conferma esattamente quello che aveva promesso con il trailer. Trailer che sfoggia una colonna sonora d’eccezione “Hurt” di Johnny Cash. Canzone che sembra essere una profezia, poiché nel suo testo è sibillinamente descritto lo stato d’animo e il percorso narrativo del film stesso.

Ma Logan presenta anche delle lacune di narrazione, buchi di trama che vengono lasciati aperti, quasi a suggerire al pubblico che la storia non si è realmente conclusa, anche se la fine di Wolverine è categorica e senza possibilità di fare alcuna marcia indietro. Tuttavia questi buchi di trama, non alterano in alcun modo la storia e lo spettatore può tranquillamente gustarsi la pellicola, anche se avrebbero quanto meno dato un quadro più completo degli avvenimenti. Logan è una pellicola matura che riporta brutalmente il genere supereroistico con i piedi per terra.
È la fine di un viaggio attraverso i meccanismi di base del genero umano: lo sguardo esterno di chi non è del tutto umano, ma allo stesso tempo lo è in maniera totale e assoluta.

T2 Trainspotting: scegliete di non crescere

By Film, NerdPensiero No Comments

È necessario esordire con una premessa: la mia lucidità critica potrebbe essere compromessa, sia perché si tratta di uno dei due film a cui sono più legata in assoluto l’altro è Arancia meccanica (ogni occasione è buona per citare il sommo capolavoro!), sia perché sono uscita dal cinema travolta dalla nostalgia e letteralmente strafatta di emozioni. Da settimane, infatti, ero in trepidante attesa e tutto intorno a me era, d’improvviso, così “anni 90”.
Camminavo per strada ascoltando Born Slippy e rivedevo, come in una sorta di allucinazione autoindotta, le fughe sfrenate dalla superficialità mascherata da stabilità, i maxi televisori del cazzo e i cessi irresistibilmente luridi, l’Inghilterra che ritornava la dreamland indiscussa, il disagio generazionale che assumeva tinte epiche nella sua sprezzante apatia sociale, e la pura, purissima, libertà underground. Mi aspettavo di ritrovare gli eroi di T2 Trainspotting esattamente dove li avevo lasciati: ai margini della società e questa era la mia unica aspettativa, la sola che mi ero permessa per evitare di rimanere delusa.
Ed è proprio lì che Danny Boyle me li ha fatti trovare, facendomi tirare sin da subito un sospiro di sollievo e allontanando con destrezza lo spettro della delusione che aleggiava sulla mia testa e, ne sono sicura, su quella di tutti gli appassionati.

La carta vincente era la coerenza nell’evoluzione dei personaggi, Boyle lo sapeva, noi lo sapevamo ed è il motivo per cui sin dalle prime scene ci troviamo di fronte a un mondo che cambia ma a dei protagonisti che non sono cambiati di una virgola, escluso qualche capello bianco (o in meno, non me ne voglia Sick Boy che rimane ugualmente affascinante) e qualche chilo in più, nel caso di Begbie che guadagna un viso gioviale palesemente in contrasto con il suo temperamento da imperituro bad boy.

Dunque un Rent Boy pentito torna all’ovile con un bagaglio stracolmo di sensi di colpa, pronto a cospargersi il capo di cenere e a fare i conti con i vecchi compagni di bagordi e con una Edimburgo investita dalla globalizzazione, dove sembra non esserci più spazio per le eroiche ragioni del suo passato da tossico. Eppure qualcosa è rimasto. Qualcosa che lo spettatore più appassionato non può fare a meno di notare senza che parta nella sua testa la mitica “I don’t wanna grow up” degli intramontabili Ramones. Qualcosa che accomuna lo stato d’animo dei protagonisti e la loro determinazione nel non trovare un posto nel mondo: il tenace disgusto nei confronti del sistema e del tempo che passa.

Questo è il promettente incipit T2 Trainspotting, diretto da Danny Boyle, a cui sono grata per aver riportato sul grande schermo Renton, Spud, Begbie e Sick Boy, guru dispotici degli anni 90, simbolo di una generazione disillusa ma cosciente, socialmente apatica ma culturalmente sensibile, di cui sento costantemente la mancanza.

In T2 il punto di partenza è una nuova frustrazione sociale, altrettanto autentica ma meno allucinata e allucinogena di quella del primo Trainspotting. Un’insoddisfazione che persiste nel suo vigore senza mai arrendersi al confortevole nichilismo ma che, piuttosto, si trasforma in una spassosa sindrome da Peter Pan. Qualcuno potrebbe pensare che a quarant’anni suonati questi eterni bambinoni siano ridicoli. Qualcun altro (inclusa la sottoscritta) continua a fare il tifo per loro e per l’inadeguatezza cosmica che li ha resi iconici, apprezzando T2 per ciò che è in realtà: un gradevolissimo omaggio a quell’unicità nel manifestare il dissenso che può rimettersi in discussione a qualsiasi età, purché si rimanga intolleranti alle dinamiche sociali.

In conclusione, il ritmo convulso della narrazione di T2 Trainspotting e la colonna sonora a dir poco atomica determinano l’esito positivo del film che non pretende, neanche per un istante, di replicare ciò che è stato. Perché non sarebbe giusto. Perché non è ciò che i veri fan desiderano. Perché non può e non deve essere lo stesso. Perché più che di un sequel ciò di cui gli appassionati hanno bisogno è un flashforward che gli ricordi la ragione per cui amano tanto il sogno chimico di chi è nato nei bassifondi con il destino segnato: la profonda e vitale bellezza degli errori generazionali.

Voto di cuore.

Voto di cervello.

Tutti gli Oscar 2017 minuto per minuto

By Film, NerdPensiero

Articolo a cura di Federica Candiloro.
NDR: La redazione di Nerd Attack la ringrazia per essere stata al gioco e soprattutto per essersi fatta tutta la nottata.

UNA NOTTE DA CLIMAX: OSCAR 2017

Si è conclusa alle prime luci dell’alba la grande notte degli Oscar.

Non posso dire sia stato uno spettacolo sfavillante.

Ma non perdiamoci in chiacchiere: dopo un noioso e lungo red carpet, (dove nessuno ha brillato più di altri per sfavillante bellezza, neanche la sempre magnifica Charlize Teron) avevano tutti un po’ l’aria di stare lì come se fosse una replica, con abiti che sembravano anch’essi già usati o stra-usati per altri red carpet. La stessa impressione l’ho avuta anche per la scenografia.

Si comincia in musica, e si comincia male. La notte degli Oscar rappresenta una sorta di Mecca del mondo dello spettacolo, per quanto bravo Justin Timberlake, in questo siparietto l’ho trovato fuori luogo, sembrava più una scena da teen movie. Inutile.

Il presentatore Jimmy Kimmel, sconosciuto a molti italiani, invece mi ha piacevolmente sorpreso. È stato semplice, molto diretto, un po’ sarcastico e a tratti scaramantico, mai scontato, anche se Neil Patrick Harris resta al momento il top.

Il fil rouge che ha collegato tutti, dal presentatore all’ultimo premiato, si è basato molto sulle “barriere”, e sui “muri” culturali e non, che non dovrebbero esistere, una vera e propria denuncia nei confronti dell’attuale politica americana.

Una di queste barriere ad Hollywood è rappresentata dalle poche candidature agli oscar per attori afroamericani. Per tutta risposta la vittoria come miglior attore non protagonista va a Mahershala Ali con Moonlight che non era così scontata, tanto meno favorita tra gli scommettitori. È stato commovente ascoltare i suoi ringraziamenti. È inutile dire che grandi attori di colore non hanno purtroppo ancora oggi una uguale considerazione, a esclusione di Di Caprio che ha dovuto avvicinarsi a una peritonite prima di vincere un Oscar. Moonlight vincerà anche il premio per miglior sceneggiatura non originale e non solo.

L’Italia ha il suo primo Oscar, ma non con Fuocoammare che non ce l’ha fatta. La strada è stata lunga, tanti premi, tante gratifiche. Ok, è stato tutto bello, però rode oggettivamente quando a un passo sfuma un sogno così grande. Invece l’italianissimo Bertolazzi vince come migliore make up per Suicide Squad. Ho avuto la fortuna di vedere questo film speciale nel suo genere. Nel discorso di ringraziamento si fa un omaggio a tutti gli immigrati italiani e non. A questo punto mi chiedo, in che percentuale c’è voglia d’insultare in diretta Trump!? Tanta…tantissima.

Per il sound editing vince Arrival con estrema sorpresa, in tantissimi avrebbero scommesso pesanti dollaroni per la vittoria di La La Land.

Sound mixing, stessa storia e altro due di picche per La La Land, Hacksaw Ridge porta a casa il premio.

C’è nell’aria per tutta la serata come l’impressione che questi due di picche siano parecchi.

Continuano a essere abbattuti i muri razziali grazie a Viola Davis che resta una conferma, conosciuta da buona parte del pubblico per la serie Le regole del delitto perfetto vince come miglior attrice non protagonista per Barriere. Per la sua nomination c’erano già state delle polemiche perché si riteneva che la sua performance era da attrice protagonista. Che una attrice di colore tra le protagoniste all’Academy non fosse gradita nonostante tante belle parole?

Ad annunciare il miglior film straniero arrivano due grandi, Charlize Theron e Shirley MacLaine, che ha letteralmente offuscato la presenza della bella sud africana. Nonostante i suoi duemila e passa anni (e cito la stessa Shirley MacLaine), la grande attrice ha una presenza scenica rara da trovare negli attori di oggi.

Come mi aspettavo vince il premio per miglior film straniero Asghar Farhadi (“Il cliente”, Iran). Tifavo per la Germania ma c’è stato un vero e proprio vaffa nei confronti dei “muri” di Trump. Per chi non lo sapesse Trump ha stilato una lista di paesi non amici, tra questi c’è l’Iran a cui letteralmente vieta l’ingresso in America. Per solidarietà nei confronti dei propri compaesani, Asghar Farhadi non è andato in America. Non è andato a ritirare il premio, denunciando, tramite una portavoce, quanto tutto questo sia assurdo e pericoloso se dovesse realmente protrarsi nel tempo. È stata una scena imbarazzante.

L’astronauta Iraniana Anousheh Ansari legge le dichiarazioni del regista Asghar Farhadi, assente alla cerimonia in polemica con Trump.

 

Il premio a La La Land per production design è meritato.
Zootropolis… vabbè dai si sapeva. Visual effect per Il libro della giungla. Anche il montaggio video va a Hacksaw ridge. In tutto questo La La Land che dice!? Nulla, e al momento si tiene stretto il suo unico Oscar.

Sul finire iniziano ad arrivare i premi più attesi, e la fotografia è uno di questi. La La Land è favorita e finalmente prende il suo secondo Oscar della serata. Ritengo sia un premio molto meritato, La La Land con i suoi colori e la sua fotografia fa sembrare tutto così fatato, quasi un cartone animato. Bravo Linus Sandgren.

Per le performance dal vivo il momento della commozione da sempre è quello della commemorazione dei grandi del cinema che non ci sono più. Uno Sting sottotono o semplicemente invecchiato non riesce a dare il meglio di se.

Degno di nota è il momento di John Legend che canta “City of stars” guarda caso vincitrice come miglior canzone. Tutto possono dire a questo film tranne che non ci sia della musica di qualità. La miglior colonna sonora infatti va a Justin Hurwitz (La La Land).

E’ stato piacevole vedere Matt Damon e Ben Affleck di nuovo insieme su quel palco dopo 20 anni, con i capelli visibilmente ingrigiti per premiare la miglior sceneggiatura originale. E al diavolo qualsiasi previsione Manchester by the sea sbaraglia la concorrenza e vince.

Ma in tutto questo La La Land?! Sembra una tortura continua, di sudate fredde stressanti, è un climax continuo finché non si arriva alla vittoria, a soli 32 anni, di Damian Chezell. E’ una gioia vederlo festeggiare, un così giovane e valido talento. Poi pensi all’Italia, al cinema italiano e tanta rabbia sale, perché in Italia un regista a questa età è ancora considerato alla pari di un runner, per capirci allo stesso livello dello schiavo di Boris. Ed è lì che La La Land ti entra nel cuore… Perché invita a sognare e a credere sempre nei propri sogni senza mollare mai.

Come non ha mollato mai Casey Affleck che, nonostante la presenza già ingombrante del fratello, riesce a emergere, a conquistare il pubblico e strappa lo scettro come miglior attore protagonista. E credo che tutte le donne piagnucolose come me abbiano davvero per poco trattenuto le lacrime; è stata travolgente la sua sorpresa mista ad emozione e a quanto fosse grato a chi lo avesse votato, quasi in totale shock come se si trovasse lì per caso. Emma Stone insieme a lui festeggia in qualità di reginetta della serata, la sua performance, in Birdman aveva convinto ma non abbastanza da vincere, mentre il 2017 le ha portato bene e si porta a casa la statuetta tra le braccia di un Di Caprio senza orso addosso.

Il colpo di scena da far strappare i capelli accade sul più bello… Avevo già detto che sarebbe stato un climax per La La Land ma con un pessimo finale. Viene data la busta sbagliata al momento di leggere il vincitore del Best Pictures.

Con ancora in mano la busta con il nome di Emma Stone, per errore viene dichiarata La La Land come miglior pellicola, e invece no! Panico, tecnici sul palco spaesati, confusione sul palco. Quasi a ringraziamento finito si fa chiarezza e il produttore di La La Land urla “Moonlight è il film che vince!” e così era. Emozioni contrastanti, imbarazzo, gioia festante per i veri vincitori.

Quasi divertita ad immaginare i cazziatoni dietro le quinte, il presentatore Jimmy Kimmel ironico rassicura tutti che mai più tornerà su questo palco.

Dopo quanto successo qualche testa cadrà, come sempre the show must go on, e si pensa già agli Oscar 2018.

La La Land: tra sogni ed emotività. La nostra recensione

By Film, NerdPensiero No Comments

In una Los Angeles avvolta dalla rassicurante atmosfera onirica e fiabesca che contraddistingue ogni musical sentimentale degno di stima (vedi Moulin Rouge!) le vite in stand by di due sognatori squattrinati sono, inevitabilmente, destinate a incrociarsi e scuotersi con estremo vigore.

Sì, perché nella fabbrica di stelle più proficua del globo terrestre, la stessa in cui tutt’oggi si sente forte e chiaro il ruggito della vecchia Hollywood gloriosa, Mia e Sebastian sono moralmente obbligati a “vivere il sogno” e noi spettatori a lasciarci abbindolare di buon grado. Questo è La La Land, scritto e diretto da Damien Chazelle, candidato a 14 premi Oscar.

La prima nota di merito va ai due protagonisti per la maestria con cui ci trascinano nel loro scoppiettante universo emotivo, facendo piroettare la nostra fantasia a passi di danza.

La seconda spetta al regista e alle scelte tematiche, o meglio, metacinematografiche, dal momento che l’intera pellicola è un inno all’amore per la celluloide e per tutto ciò che le gira intorno. Infatti, la dimensione cinematografica investe ogni cosa, lasciando intendere senza troppe riserve che la sola realtà meritevole di considerazione è quella proposta sul grande schermo.

Non a caso, l’unico modo per ricongiungere le strade di Mia e Sebastian è quello di travolgerli nella spirale cinematografica della migliore tra le loro esistenze possibili, la stessa che la blanda quotidianità ha messo a dura prova ma che lo schermo ha eroicamente salvato.

Il terzo e ultimo elogio va a una delle figure a noi più care e familiari: quella del nostalgico ostinato, condannato a vagare tra i leggendari fantasmi del passato, ferito dall’indifferenza altrui e dall’incedere irrispettoso della modernità. Una sorta di vecchio marinaio postmoderno, perdutamente innamorato della storia che è costretto a raccontare. E come ogni albatro che si rispetti, il jazz ha richiamato a sé il suo marinaio Sebastian, allontanandolo una volta per tutte dal compromesso che lo avrebbe reso felice ma incompleto.

Eppure, grazie alla scenografia prodigiosa e alla determinazione con cui i protagonisti esortano lo spettatore a credere nelle proprie passioni (ben venga in un mondo fatto di qualunquismi e cinismo imperante!) è impossibile parlare di un mancato happy ending.

Ecco perché La La Land ha colpito nel segno scommettendo sul sogno.

Arriva il gioco The Avengers e un consigliere USA giura in modo nerd!

By NerdPensiero, Videogiochi No Comments

Il gioco The Avengers della Square Enix potrebbe essere il gioco che i fan stavano aspettando. La Square Enix e Marvel hanno rilasciato un teaser trailer con gli elementi classici dei supereroi di punta della famosa “casa delle idee”, gli occhiali di Bruce Banner/Hulk, il martello di Thor, lo scudo di Capitan America, un braccio dell’armatura di Iron Man, sparsi dopo una intensa battaglia. La narrazione sembra scura, dal tono quasi minaccioso e fa riferimento al mondo che necessita sempre super eroi. Le parole di chiusura sono molto criptiche, in particolare, perché menzionano il fatto che la squadra deve risorgere. Eidos Montreal e Crystal Dynamics lavoreranno con la Marvel per aiutare a sviluppare il prossimo gioco Avengers. Se questi nomi suonano familiare, è perché sono gli stessi studi responsabili di diversi giochi di punta, come Tomb Raider e Deus Ex.

A proposito di Capitan America, un consigliere dello stato della California, Lân Diep, un ex avvocato, ha fatto qualcosa che nel governo americano, come in tutti i governi del mondo, in pochi sarebbero disposti a fare: giurare di difendere la Costituzione degli Stati Uniti d’America… mentre indossa una replica, a grandezza naturale, dello scudo di Capitan America.

Mentre, nel mondo potrebbero non esserci sufficienti scienziati o ingegneri, nel 4 ° distretto di San José, nello Stato della California, la popolazione può star certa che ora ci sia almeno un nerd magnificamente qualificato che li rappresentano. Diep, che è già al terzo mandato, ha un background stellare nel servizio pubblico, ha anche raccolto fumetti da quando era in terza elementare, e, secondo il Washington Post, possiede una trappola fantasma dei Ghostbusters (che tiene in ufficio) così come “un pezzo di kryptonite sotto vetro”.