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Le 10 curiosità su Howard il papero

By | Film, Fumetti | No Comments

 

Cari amici lettori, in questo periodo di pre-feste la vostra Gray tende a essere un po’ nostalgica. Proprio recentemente ho avuto modo di rivedere Howard e il destino del mondo del 1986 su Netflix. Non sapete chi sia Howard? Non vi preoccupate amici, noi di Nerd Attack siamo buoni:

Howard è un personaggio dei fumetti nato dalle menti di Steve Gerber e Val Mayerik per la Marvel Comics. Le sue storie riguardano le avventure, o per meglio dire le disavventure, di un papero antropomorfo scorbutico intrappolato in un mondo dominato dagli umani che lui chiama “scimmie senza peli”. Tratta generalmente parodie di storie fantascientifiche e fantasy, connotate da uno stile fortemente ironico. Come Deadpool, anche Howard è consapevole di essere Il personaggio di un fumetto, infrangendo così la quarta parete in moltissime occasioni, ma questa caratteristica non è stata apprezzata all’epoca. Nel 1986 uscì anche un film dal vivo ispirato al personaggio intitolato Howard e il destino del mondo.

E appunto, dopo la visione del film ho sentito l’esigenza di saperne di più su questo personaggio così stravagante e ho deciso di condividere con voi le mie scoperte. Siete pronti? Iniziamo.

1)Howard era inizialmente disegnato come un papero antropomorfo con un onnipresente sigaro nel becco giallo e privo di pantaloni, ma questi gli furono aggiunti in seguito ad una controversia legale con la Disney, che citò la Marvel per plagio a causa dell’eccessiva somiglianza del personaggio, anche nell’abbigliamento, con Paperino. L’episodio ispirò una storia di Howard, incentrata proprio sul caos generato dalla mancanza di pantaloni del papero.

2)  Anche dopo la chiusura delle serie a lui dedicate negli anni ottanta, Howard è apparso in numerosi cameo comici anche in vicende drammatiche ad esempio nei principali crossover come Civil War, in cui si schiera a favore della registrazione dei supereroi perché venga finalmente ufficializzata la sua esistenza, e Secret Invasion, dove appare in versione Skrull. Nel Marvel Cinematic Universe invece, mentre i camei di Stan lee sono stati un appuntamento fisso, abbiamo anche delle comparsate del nostro papero: Nella scena dopo i titoli di coda del film Guardiani della Galassia appare insieme al Collezionista e a Cosmo, realizzato in CGI e doppiato in originale da Seth Green, ricomparendo poi nel sequel Guardiani della Galassia Vol. 2

3) Compare tra i personaggi giocabili nel videogame Lego Marvel Super Heroes, con un trofeo a lui ironicamente dedicato.

4) Nella serie Marvel Zombi, più precisamente nello spin-off e crossover Marvel Zombi vs Army of Darkness, appare una versione alternativa di Howard il papero infettato dagli zombi, mangiando il cervello della versione di Ash Williams nativa di quell’universo. Viene rapidamente ucciso da Scarlet Witch e l’originale Ash Williams, protagonista della serie horror de La casa, trovatosi in questa occasione con le controparti zombi dei personaggi marveliani.

5) Compagna di avventure di Howard nella serie a fumetti è Beverly Switzler, modella pornografica salvata dal nostro papero dalle grinfie di uno stregone inter dimensionale. I due diventano partner e talvolta amanti. Nell’adattamento cinematografico dell’86 Beverly è invece presentata come una giovane e deliziosa cantante rock.

6) Sempre per il film Huyck e Katz si occuparono della selezione del cast artistico. Dopo aver audizionato un notevole numero di attrici, cantanti e modelle per il ruolo di Beverly, Lea Thompson fu scelta per la parte anche grazie alla visibilità datale dalla sua apparizione in Ritorno al futuro. Prima di presentarsi ai provini, la Thompson comprò una serie di abiti e completi eleganti ed appariscenti per presentarsi alle selezioni come “un incrocio tra Madonna e Cyndi Lauper”

7) Per immedesimarsi negli attributi fisici di Howard, Huyck e Katz avevano pensato di provinare persone di statura bassa, eventualmente anche attori bambini, idea in seguito abbandonata viste le possibili difficoltà che un tale ruolo avrebbe potuto arrecare a dei bambini e anche perché i montatori non erano in grado di dare un effetto realistico a delle scene giornaliere e serali riprese con attori di statura così diversa. Fu avvicinato Ed Gale, che fu inizialmente rifiutato per via della sua altezza che andava contro le linee guida specificate dai due, ma fu poi preso per eseguire stunts ed entrare nella parte solo durante le riprese serali. Un totale di sei attori fu provinato per la parte.

8) Il primo giorno di riprese, la troupe realizzò quanto scarsa fosse la qualità degli effetti, vedendo come nel collo di alcuni pupazzi fosse possibile intravedere la bocca dell’uomo al loro interno non appena questo parlava. La sequenza della fuga in volo sull’ultraleggero fu una delle più difficili da girare, visto che richiedeva notevoli capacità di coordinazione da parte degli attori, e Tim Robbins e Ed Gale dovettero imparare realmente a pilotare.

9) Nel novembre 2014 è stata annunciata una continuazione della serie omonima. Gli autori sono ai testi Chip Zdarsky e ai disegni Joe Quinones. Howard the Duck segue le vicende del noto papero nei panni di investigatore privato, e sarà impegnato a indagare e risolvere casi misteriosi e folli, e il primo di questi lo vedrà coinvolto in un team-up con la Gatta Nera. Il primo numero è uscito il 4 marzo 2015. Nello stesso anno, durante un incontro con il pubblico al Tribeca Film Festival, George Lucas ha dichiarato che la Marvel sta pensando ad un ritorno di Howard sul grande schermo in un remake del primo film a lui dedicato.

10) Nel 2017 viene pubblicato un fumetto che fonde Howard e Deadpool in un unico personaggio. Deadpool viene inviato dallo S.H.I.E.L.D. a catturare un’entità aliena, ma la missione prende una brutta piega quando Wade si troverà fuso assieme a Howard il Papero, battagliando con lui per il controllo delle loro piume mercenarie. L’opera è sceneggiata da Stuart Moore, ma, sorpresa, sorpresa è stata disegnata da Jacopo Camagni (Nomen Omen), con una nuova copertina inedita dell’autore e colorata da Mirka Andolfo (Contronatura).

Dalla vostra Grayfox_001 è tutto e vi ricorda che per rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità e curiosità del mondo nerd il posto è uno solo: Nerd Attack! Alla prossima amici lettori!

Quando i palloncini galleggiano: la recensione di IT dei Nerd Attack

By | Film, NerdPensiero | No Comments

L’adattamento cinematografico di Andrés Muschietti del romanzo di Stephen King, It, è sorprendentemente vicino all’adattamento di Rob Reiner del 1986 di un altro romanzo di Stephen King: Stand By Me. In entrambi i film, un gruppo di ragazzi preadolescenti corre intorno alla periferia di una piccola città, legandosi durante le lunghe giornate estive e notturne. In entrambi i film, uno di quei bambini ha un terribile padre abusivo; un altro ha perso di recente un fratello, e i genitori scioccati dalla perdita hanno per lo più perso il rapporto con i figli e soprattutto con la realtà. I protagonisti bambini sia in Stand By Me che in It sono emarginati, in gran parte ignorati e costretti a trovare conforto l’uno nell’altra. Sono tutti cacciati da un gruppetto di feroci e pericolosi bulli – bambini più grandi che sono annoiati con la loro città sonnolenta e vittima di altre persone (esempio padri violenti). Entrambi i gruppi di ragazzi partono per cercare un cadavere e, lungo la strada, diventano l’appoggio emotivo l’uno dell’altro, con tutta l’intensità e la semplicità idealizzate che Stephen King mette sempre nei suoi racconti legati all’infanzia. In entrambi i film sono racconti sugli ultimi giorni di innocenza prima che la realizzazione e le responsabilità dello “essere adulti” li travolga. Ma solo in uno di questi film vede i ragazzi affrontano un clown killer muta-forma.

Il film fa alcune comprensibili cambiamenti alla storia originale, in primo luogo, divide la storia in maniera netta tra la parte giovanile e adulta, relegando al capito uno, cioè questa pellicola, esclusivamente al racconto dei ragazzi e al loro primo incontro con IT, preannunciando dunque il capitolo due, in cui i ragazzi ormai adulti dovranno affrontare per la seconda volta il malefico Clown.
Altra modifica è il periodo, anziché ambientare la storia alla fine degli anni sessanta, la storia si svolge negli anni 80, scelta che indica la volontà di far occhiolino a due specifiche categorie di spettatori: i “giovani d’oggi” e gli adulti che sono cresciuti guardando la versione televisiva di IT degli anni 90, scelta che tutto sommato non dispiace.

Alcune delle libertà registiche che il film si prende sono la totale assenza dei rituali indiani magici, con cui i ragazzi scoprono chi è realmente IT e da dove proviene, e, anche questa comprensibilissima, l’assenza scena sessuale tra i ragazzini stessi. Per il resto IT è un film che rispecchia in maniera più che accettabile il racconto di King. Ma inevitabilmente, ridurre la storia dei ragazzi in un film di 135 minuti comporta un taglio di un sacco di tempo di carattere individuale, fino al punto in cui molti dei Losers si fondono insieme. Alcune brutte e confuse modifiche suggeriscono una versione più lunga della storia in cui i protagonisti più trascurati hanno più tempo sullo schermo, ma così com’è, l’intera caratterizzazione di Stan è “un ragazzo ebreo con bar mitzvah che si avvicina”, e Mike è “un ragazzo nero che vive in un azienda agricola.”

La prima morte del film si verifica nella sequenza di apertura, come un clown terribile che si chiama Pennywise (Bill Skarsgård) attrae un ragazzino chiamato Georgie Denbrough in una trappola mortale. Mesi dopo, il fratello di Georgie Bill (Jaeden Lieberher, da St. Vincent e Midnight Special) è ossessionato nel trovare il corpo di Georgie e porta i suoi amici Ritchie (Finn Wolfhard, già visto in Stranger Things), Eddie (Jack Dylan Grazer) e Stan (Wyatt Oleff) nei guai mentre cercano le fogne per qualche segno del ragazzo. Mentre altri bambini vanno persi. Quando il gruppo, autoproclamatosi come “The Losers’ Club” (il club dei perdenti), si unisce al nuovo ragazzino e storico amatoriale Ben (Jeremy Ray Taylor), il quale li informa che il tasso di omicidio di Derry, la cittadina in cui si svolge la storia, è sei volte la media nazionale e i ragazzi scompaiono a un tasso ancora maggiore.

Uno ad uno, il gruppo – che comprende anche una ragazza, Beverly (Sophia Lillis) e il ragazzo di colore Mike (Chosen Jacobs) – incontra Pennywise, il Clown in diverse forme mostruose su misura per i loro timori personali. Presto, capiscono che gli adulti di Derry non faranno nulla a riguardo, e spetta a loro combatterlo.

Il ruolo di Pennywise, il Clown Ballerino, un insaziabile e maligno predatore inter-dimensionale i cui atteggiamenti e soprattutto la cui risata è inquietante come lo era quando lo interpretò Tim Curry nel 1994, è affidato a Bill Skarsgård, figlio di Stellan, che con il suo forte accento svedese aggiunge un che di grottesco ad un abile performance. Certo, è vero che Skarsgård è aiutato da un make-up più estremo e macabro, mentre Curry con solo un blando sorriso sui denti gialli e affilati come rasoi riusciva a far gelare il sangue nelle vene, ma non si può avere tutto.

Il cast di giovani attori è convincente e ottimamente diretto. Jeremy Ray Taylor e Sophia Lillis meritano una particolare menzione, come il ragazzo intelligente e grasso con una cotta adolescenziale, che è sorprendentemente tenera da essere credibile, e come la ragazza dura con un segreto spiacevole e oscuro. Ma tutti i sette dei bambini sono ben rappresentati e danno buone prestazioni, e vedono attraverso i loro occhi, Pennywise come una vera minaccia – un incubo infantile improbabilmente manifestato nel mondo reale.
Per i Nerd è 4 occhiali su 5.

 

Take my hand: il trapanese Francesco Siro Brigiano incanta Hollywood

By | Film, NerdPensiero | No Comments

A Trapani non tutto è perduto, alcune volte anche l’arte può raggiungere l’altro lato dell’oceano, andare negli States e colpire coloro che lavorano costantemente in questo mondo. Francesco Siro Brigiano, 36enne filmaker trapanese, è riuscito con il suo cortoispirazionale dal titolo Take my hand ad impressionare le giurie del Los Angeles Film Awards e del Festigious, con una regia profonda ed una emozionalità straordinaria.

Con la sceneggiatura firmata dallo stesso Siro Brigiano, Take my hand s’è aggiudicato, infatti, la vittoria del Los Angeles Film Awards, nella categoria “Best Inspirational”, e del festival internazionale Festigious, anch’esso di Los Angeles, nella sezione “Inspirational”. Si tratta di un racconto astratto ed autobiografico ispirato, con la ricerca di un linguaggio visionario personale e poetico. Un viaggio emozionale che cerca, nell’intimo, la speranza di una crescita oltre la durezza.

«C’è stato un periodo nella mia vita in cui ho vissuto l’amore con tutto me stesso – commenta Siro Brigiano -. Vivere cambiamenti radicali e repentini, essere sopraffatto dalle emozioni, dalla bellezza e anche dalla cattiva sorte… Realizzare questo corto mi ha dato la possibilità tanto cercata, di una libertà creativa totale».

Francesco Siro Brigiano

Il Los Angeles Film Awards e il Festigious sono concorsi mensili per i filmakers in tutto il mondo. La loro missione è promuovere i film, e far realizzare un altro passo avanti alle carriere dei giovani che si lanciano in questo percorso. Le manifestazioni sono organizzate dall’autorevole sito americano IMDb, di proprietà di Amazon.com che gestisce informazioni su film, attori, registi, personale di produzione e programmi televisivi.

«L’idea è arrivata quasi tutta di colpo nella mia mente – spiega il trapanese Francesco Siro Brigiano – ed immergermi in essa e nella sua atmosfera, mi donava la sensazione di abitare una poesia o qualcosa di simile, bellissimo. Vedevo spazi grandi, dove far emergere la solitudine e la riflessione come un eco. La voglia di allargare la propria visione del mondo. Poter raccontare emozioni senza dover definire bene i contorni di una storia, per essere completata, lo speriamo, dallo stesso spettatore».

Daniele Parente, in un frame del corto Take my Hand

Una visione onirica, sognante, che lancia Siro Brigiano nel mondo della settima arte, sulla scia di grandi artisti. Uno stile ricercato, ispirato dai lavori di Federico Fellini, di David Lynch e di Terrence Malick.

Take my hand è interpretato da Daniele Parente, Sara Bonsorte, Ester Siro Brigiano e Benito Mussolin. Questi successi fanno seguito a quello di “Electroma”, un altro corto realizzato da Francesco Siro Brigiano che, recentemente, è risultato il migliore al Trailer Fest Film Festival (sezione “Sci-fi”), concorso americano dell’Università del cinema dell’Indiana. Sempre con Electroma, il filmaker trapanese ha trionfato al Cinema Worldfest Awards 2016 (Ottawa, Canada) e al Gold Best Trailer International Independent Film Awards (Encino, California).

SCHEDA TECNICA

FRANCESCO SIRO BRIGIANO, 36 anni, è un videomaker trapanese, freelance, che realizza video dall’impronta giornalistica e cinematografica, alla ricerca di dettagli, sfumature e stile personale, creando immagini dalla forte carica emotiva. Ha diretto numerosi cortometraggi, video arte, reportage e spot pubblicitari per numerose aziende.

PIANO 9 PRODUZIONI nasce nel 2011 dalla passione di un gruppo di amici per il cinema, la scrittura, l’arte visiva. Una realtà professionale che si aggira fra molteplici declinazioni creative, che si occupa di immagine e comunicazione a 360°. Un team creativo e affidabile, che spazia da un aspetto all’altro della produzione.

Regia: Francesco Siro Brigiano

Sceneggiatura: Francesco Siro Brigiano

Fotografia: Francesco Siro Brigiano, Vito Sugameli

Montaggio: Francesco Siro Brigiano

Musica non originale: Kiyoshi Yoshida

Effetti visivi: Francesco Ciulla, Francesco Siro Brigiano

Riprese aggiuntive: Joey Shanks, Stefan Georgi, Ran Allen, Fstoppers.com

Cast: Daniele Parente, Sara Bonsorte, Ester Siro Brigiano, Benito Mussolin

Produttori esecutivi: Francesco Siro Brigiano, Piano9 Produzioni

Ringraziamenti: Loredana Augugliaro, Gioacchino Piazza, Salvo Altese, Giuseppe Renda, Luglio Musicale Trapanese, Telesud

Homecoming: tu sei l’Uomo Ragno

By | Film, NerdPensiero | No Comments

Spiderman, tu sei l’uomo ragno!
Spiderman, che forte sei tu!
Spiderman, la tua ragnatela,
Spiderman, ti porta lassù!

Più in alto, più in alto,
tu vai, tu vai, tu vai,
nessuno ti sfugge,
non c’è bandito che si salvi da te!

Iniziava così la sigla del cartone animato anni ’60 dell’Uomo Ragno. E fin dall’anno della sua creazione, Spider-Man è stato uno tra i supereroi più amati di tutti i tempi. Purtroppo però, la versione cinematografica di questo beniamino delle masse non ha mai avuto al 100% una pellicola che accontentasse tutti. Perché sebbene nel 2000 quando per la prima volta, Sam Raimi, fece un lungometraggio dedicato al sempre amichevole arrampicamuri di quartiere, c’era qualcosa che comunque mancava, il personaggio Peter Parker, alter ego del supereroe, interpretato da Tobey Maguire, era quello giusto però Spider-Man era troppo “silenzioso”.

Quando pochi anni dopo la Sony ripropose il personaggio con Amazing Spider-Man, con Andrew Garfield come protagonista, il personaggio di Spider-Man era azzeccato, era spiritoso, irriverente e soprattutto eroico, ma purtroppo il personaggio di Peter Parker non era credibile. Quindi i fan ormai si erano rassegnati avere due franchise che rispecchiavano solo parzialmente quello che era il personaggio che tutti volevano vedere.

E poi avvenne il miracolo, la Sony e la Marvel Studios fecero l’accordo commerciale che permise alla Marvel Studios di fare un film sull’Uomo Ragno: Spider-Man Homecoming. E che piccola gemma è stata! Homecoming è sotto molti punti di vista quello che tutti noi fan aspettavamo da un film sull’Uomo Ragno, per la prima volta è stato scelto un vero teenager per fare la parte del teenager più famoso dei fumetti, il bravissimo attore inglese Tom Holland, che riuscito a caratterizzare il personaggio di Peter Parker eccellentemente, sia con che senza la maschera, regalandoci un ragazzino con i super poteri che non sa come utilizzare e che sta cercando di trovare il proprio posto in un mondo più grande di se stesso. E contemporaneamente interpretando magistralmente il ruolo del super eroe mascherato che semplicemente non riesce a chiudere la bocca.

Per non parlare poi del cattivo di questo film, l’Avvoltoio, interpretato dal meraviglioso Michael Keaton, che non è nuovo al genere supereroistico poiché alla fine degli anni 80 interpretò il primo Batman per la regia di Tim Burton. C’è da sottolineare che è quanto mai simbolico che nel primo film della Marvel Studios sull’Uomo Ragno, sia stato scelto l’Avvoltoio come primo nemico, poiché proprio Adrian Toomes è il primo super cattivo che Peter Parker incontrò nella sua carriera da vigilante nelle pagine di Amazing Fantasy, rivista che proponeva agli esordi le prime avventure di Spider-Man.

Il problema dei precedenti film su Spider-Man erano le minacce che doveva affrontare il protagonista, di livello troppo alto, quasi globali, mentre l’eroe creato da Stan Lee è realmente un eroe di quartiere. Il punto di forza del personaggio Spider-Man è sempre stato la sua capacità di essere in contatto con i suoi “vicini di casa” e di affrontare minacce tutto sommato non enormi ma comunque pericolose, tendenza che ormai nei film dei supereroi moderni tende a sparire.

Ogni volta che Capitan America o Iron Man e gli Avengers affrontano un nemico, questo minaccia l’intero mondo, ma Spider-Man no. Ed è questa la forza di Homecoming, la capacità che ha avuto di riportare all’origine quelle che erano le premesse di un personaggio in cui tutti potessero immedesimarsi, cosa che la Marvel Studios da questo punto di vista ha fatto egregiamente.

Una nota va spesa anche in favore di Marisa Tomei, che nel film è la famosa zia May, tutrice legale di Peter dopo la morte dei suoi genitori. Dopo anni passati a vedere la zia di Peter come una vecchina indifesa, in Homecoming vediamo una donna di mezz’età, ancora molto bella, piena di vita e, diciamocelo pure, sexy, che affronta il mondo moderno con freschezza e gioiosità.

L’elemento principale che rende questo film meraviglioso è proprio l’adattamento con i tempi. Peter Parker non è un ragazzino di un liceo negli anni ’60 ma un liceale degli anni 2000, con tutto quello che ne consegue. Anche il personaggio di Tony Stark, già conosciuto negli altri film della Marvel Studios, è una figura importante del film ma contrariamente a quello che molti credevano non è “prepotente” ai fini la storia. Come tutti i film anche questa pellicola ha qualche elemento stonato, ma sono tutti i dettagli che sono facilmente perdonabili se visti della visione d’insieme.
Per i nerd è 5 su 5.

Le eroine cinematografiche più amate dal grande pubblico

By | Film, NerdPensiero | No Comments

Gli americani non hanno dubbi al riguardo: la più amata è proprio lei, la bellissima e tenace Hermione Granger (Emma Watson), ammirata a tal punto da rubare lo storico primato alla raffinata Holly Golightly (Audrey Hepburn) e alla sua colazione da sogno.

Sarà che le principesse sono cadute nel dimenticatoio da un bel po’ o che qualsiasi donzella che si rispetti preferisca un’ avventura mozzafiato ai diamanti di Tiffany, ma il binomio diva-bambola non convince più come una volta. È chiaro che la bellezza non passerà mai di moda ma la donna che vive esclusivamente in funzione della sua dimensione emotiva e che confida sulla possibilità di trovare un uomo facoltoso per alleggerirsi di qualche responsabilità non può più trovare spazio sul gradino più alto del podio.

Nella società contemporanea le priorità sono altre, di conseguenza le eroine mutano forma e contenuto senza, però, calpestare il ricordo di ciò che è stato. Fa riflettere, infatti, un dato significativo: nella classifica del pubblico a stelle e strisce passato e presente continuano a convivere in armonia. Dunque, al terzo posto troviamo la mitica-indimenticabile-intramontabile Leia Organa (Carrie Fisher), imperatrice stellare e maestra di stile che mi auguro rimanga sul podio nei secoli a venire (finché ciò accadrà l’immaginario collettivo sarà degno di stima), al quarto posto lasciamo che ci strappi un sorriso consapevole e nostalgico Mary Poppins (Julie Andrews), la tata ideale dei bambini dal 1964 a oggi, mentre al quinto posto incontriamo la roccia Sarah Connor (Linda Hamilton), guerriera coraggiosa e madre del prescelto, il che è già un motivo sufficiente per garantirle la duratura approvazione all’unisono.

L’unico aspetto che lascia perplessi è la postazione di Mia Wallace (Uma Thurman), dal momento che l’ape regina per eccellenza trova spazio soltanto al dodicesimo posto della lista. Premettendo che avrei messo ben volentieri al collo della sposa più bella che gli stanchi occhi di Bill abbiano mai visto la medaglia d’oro, mi risulta difficile, se non incomprensibile, la ragione per cui una come Mia possa guadagnare un misero dodicesimo posto. Ma i gusti, si sa, sono insindacabili.

A questo punto, sarebbe interessante scoprire quali sorprese ci riservi il pubblico italiano, dal momento che il Bel paese può vantare una carrellata di mostri sacri in gonnella da fare invidia a chiunque, a volte persino alla Hollywood Factory che, tuttavia, vince facile perché gioca sui grandi numeri. Da Anna Magnani a Monica Vitti, da Sofia Loren a Claudia Cardinale, da Margherita Buy a Laura Morante e Claudia Gerini che continuano a mantenere alto il buon nome delle attrici italiane, si potrebbe elencare una serie infinita di personaggi femminili che ci hanno regalato grandi emozioni e, perché no, parecchi sorrisi.

I più attempati ricorderanno con piacere Assunta (Monica Vitti), la spassosissima ragazza con la pistola che si trasferisce nel Regno Unito per combinarne di tutti i colori o si commuoveranno pensando alla sfortunata Pina (Anna Magnani) schiacciata sotto il peso di una Roma affamata e crudele. Il fascino di Adelina/Anna/Mara (Sofia Loren) di Ieri, oggi, domani, invece, è scolpito tanto nella memoria dei più maturi quanto in quella dei giovani perché la Loren, così come la Cardinale sono il simbolo della bellezza e del talento mediterraneo, lo stesso che ha fatto gola anche a tanti registi oltreoceano.

Infine, anche gettando lo sguardo sul cinema contemporaneo si trovano delle piacevoli conferme. Chi non è rimasto senza parole di fronte al carisma con cui Antonia (Margherita Buy) ha trascinato nel suo universo caotico l’adorabile esercito di Fate ignoranti o chi non ha riso a crepapelle durante le nozze di Jessica (Claudia Gerini), considerate le più tamarre della storia del cinema italiano? E, se non bastasse, chi gradisce particolarmente la dimensione culturale non può non apprezzare gli irresistibili personaggi nevrotici e intellettuali interpretati da Laura Morante.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma! Donne forti, spontanee, comiche, fiere del proprio vissuto e sprezzanti dell’opinione comune. Donne che, per un motivo o per un altro, ci hanno fatto sognare.

Remake, reboot e sequels. Perché Hollywood continua a farli

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“Remake” è la parola preferita dagli studios Hollywood. Fin da quando si sono iniziati a fare film, ci sono stati registi, produttori e scrittori che chiedono di riproporre tutto ciò che era già stato presentato sul grande schermo. Perché? Perché a volte funziona davvero. Senza l’originale Scarface del 1932, il pubblico non avrebbe mai avuto il successivo capolavoro del 1983 interpretato da Al Pacino. Lo stesso vale per Ocean’s Eleven, Il Falcone Maltese, A qualcuno piace caldo e altre gemme di Hollywood. Se iniziate a studiare la storia del cinema di esempi del genere ne troverete parecchi. Certo è indubbio che le motivazioni che spingono a produrre un remake sono molte. C’è la volontà di rendere giustizia ad una storia che probabilmente nel momento in cui è stata originariamente proposta la tecnologia non era adatta, o semplicemente perché si vuole far conoscere la stessa storia ad un pubblico più adulto o più giovane, dunque modificandone tutto, o poco, tranne che il messaggio centrale, o semplicemente perché si vuole giocare sul sicuro riproponendo di base la stessa storia, a parte qualche piccolo dettaglio. Purtroppo però ultimamente, sembra che ci sia un trend crescente: rifare film, con un grande budget, grandi classici entrati di diritto e di prepotenza nel tessuto socio culturale della nostra civiltà. Se da un canto i motivi artistici sono diversi, anche più di quelli proposti da noi, dal lato degli studios il motivo per fare un remake, un reboot o un sequel è uno e uno soltanto: i SOLDI!

Beh, è semplice. I riavvio a dirsi, ma i remakes, i reboot e i sequels, sono più redditizi dei sogni più selvaggi. I film che hanno già avuto un grande successo sono film garantiti, cioè hanno già un seguito garantito che andrà a vedere il film sul grande schermo. Per non parlare del merchandising, già perché non sono solo i film singoli e auto conclusivi che vengono “violati” ma soprattutto i franchise e le saghe. Più che mai, gli studi di Hollywood stanno diventando dipendenti dai franchise passati, facendo di tutto per tenerli vivi. Un franchising che aveva tutto questo e più a suo favore è stato il “Jurassic Park” franchise, con il suo reboot-sequel 2015, “Jurassic World”. Non è stato solo in grado di dimostrare che i remake hanno ancora le gambe, ma è stato anche in grado di dimostrare che i reboot possono superare l’originale con un record di 208,8 milioni di dollari solo negli USA e solo nel week end di uscita, secondo la rivista di intrattenimento Variety. Anche “Star Wars: The Force Awakens”, ha fatto 247 milioni di dollari nel suo debutto negli U.S.A., ma molti altri sono stati dei flop, uno per tutti “Total Recall, Atto di Forza”.

Il vero problema è che a volte quando si ripropone un film già visto, ci si deve scontrare con molto più che il film stesso, come i ricordi e le emozioni delle persone che lo hanno già visto. E’ come dire che dopo anni in di matrimonio o anche dopo anni di mangiare il vostro piatto preferito esattamente quando volete, qualcuno vi proponga la stessa medesima cosa o la stessa persona, con qualche piccolo dettaglio diverso. Come la prendereste? A voler essere polemico si potrebbe dire che Hollywood ha finito le idee nuove negli anni 90, ma ancora oggi escono pellicole indipendenti, cioè non prodotti dai grandi studios che sono vere e proprie gemme, semmai verrebbe da dire che Hollywood preferisce rifare cose già fatte piuttosto che trovare nuove idee o quantomeno originali. Ma la verità è che il pubblico andrà sempre e comunque al cinema a vedere quei film perché il lavoro del cinema e’ quello di far sognare, con qualsiasi mezzo possibile. E purtroppo, o per fortuna, ci riescono benissimo.

Tornano i Guardiani della Galassia tra azione e comicità

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Ammettiamolo, nessuno conosceva, o prendeva in considerazione i Guardiani della galassia prima che la Marvel ci facesse un film nel 2014. E poi tutti noi lo abbiamo amato. Il fumetto, creato nel 1969, sembrava una versione light degli Avengers. Ma sul grande schermo, ha raggiunto un quasi perfetto effetto action-comico, grazie soprattutto allo sceneggiatore e regista James Gunn. I Guardiani della galassia hanno fatto jackpot al box-office a livello mondiale (773 milioni di dollari), mostrandoci come il fascino sconnesso e l’inganno sfuggente potrebbero essere il solo antidoto alla solita formula hollywoodiana. Ci doveva essere un sequel.

Guardiani della galassia Vol. 2 non può corrispondere alla sorpresa del sneak-attack del suo predecessore. Puoi farlo solo una volta. La buona notizia, però, è che il follow-up, pur assumendo alcuni blocchi di CGI e la lentezza del sequel, non ha perso il suo amore per la follia ispirata. Andare a zonzo con Star Lord e con i suoi disadattati mercenari spaziali è ancora tutto quello che vorresti in un selvaggio blockbuster estivo. Oltre a Chris Pratt (Star Lord), virtuoso con un certo fascino scanzonato, Zoe Saldana è tornata come Gamora, l’assassina di colore verde che continua a bloccare i progressi emotivi di Star Lord. C’è il campione di wrestling Dave Bautista, uno spassoso e pazzo Drax il Distruttore. E poi c’è Rocket, il procione alterato ciberneticamente, doppiato da Bradley Cooper. Infine Baby Groot, un simpatico frammento di corteccia di albero delicatamente pronunciato da Vin Diesel che, qualunque sia la situazione, cigola le stesse tre parole: “Io Sono Groot”. Una stupenda spalla comica…violenta.

La trama? Questa volta, Peter Quinn, cioè Star Lord, e il suo equipaggio sulla nave spaziale stanno correndo da una razza dorata di alieni che si chiamano i Sovereign, che li ha ingaggiati per proteggere le batterie che fanno funzionare questi extraterrestri. I Guardiani scatenano l’ira dell’alta sacerdotessa Ayesha (Elizabeth Debicki) quando Rocket ruba alcune batterie per se stesso. Si verifica una battaglia spaziale che provoca la caduta della nave sul pianeta forestale Berhart. Su questo nuovo mondo i guardiani vengono raggiunti da Ego, il pianeta vivente (Kurt Russell), un essere astrale che apparentemente è il padre di Quinn.

Non voglio percorrere ulteriormente il territorio dello spoiler, salvo per dire che i legami familiari sono radicati nel DNA di questo copione. Non solo Quinn ed Ego, ma Star Lord e suo padre surrogato, Yondu (Michael Rooker), il capo del Ravager che prima ha rapito Quinn da bambino e poi l’ha usato nella sua battaglia tra cacciatori di taglie.
Ma il film comunque ha delle pecche, che tutto sommato nella visione d’insieme non lo rende per niente sgradevole.
Guardiani della galassia Vol. 2 è esattamente quello che promette di essere un film di fantascienza scanzonato, divertente, pieno di azione e con un po’ di cuore.

Per i Nerd è 3 occhialini e mezzo.

Disney, tra passato e futuro. I live action sono l’evoluzione o la rovina?

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È la moda degli ultimi anni. È inutile girarci intorno. Bisogna capire se tutto questo nasce per una mancanza di fantasia o semplicemente la Disney vuole sfruttare, nuovamente, dei brand che sono dei classici ma ormai sopiti, con delle potenzialità ma già “antichi”.

I remake in live action sono una realtà. I primi esperimenti furono La Carica dei 101 diretto da Stephen Herek, con una temibile Glenn Close nei panni di Crudelia. Un buon prodotto il primo. Il secondo abbastanza mediocre.

La vera rivoluzione si ha in questo decennio e probabilmente è tutta colpa di Tim Burton e Johnny Depp. Dei geni prestati al mondo disneyano che hanno riportato in vita il magico universo di Lewis Carroll di Alice. Anche in questo caso, il primo film è stato un successo planetario che ha “costretto” la Disney a lanciare questa nuova moda. Rifare tutti i vecchi cartoni animati in film, con attori in carne e ossa. Come La Carica 101, però, il sequel di Alice è stato deludente.

Il dado ormai era tratto. L’apprendista stregone fu un mezzo flop. Maleficent, dedicato alla strega Malefica de La bella addormentata nel bosco, interpretata da Angelina Jolie, nel 2014 ha confermato che la strada di Alice in Wonderland si poteva percorrere ancora. Successo pazzesco 180 milioni di costo, 758 d’incasso, not bad.

Altro grande classico tornato in vita è Cenerentola, uscito nel 2015 con la regia di Kenneth Branagh. Cast stellare, con Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett e Helena Bonham Carter. Storia non modificata, anche se non è stato un enorme successo 95 milioni di budget per 543 di ricavi.

Diversamente, la miglior trasposizione al momento è Il libro della giungla (2016) di Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man, che ha miscelato il cartoon Disney del 1967 con temi reali di Kipling: 175 il costo, addirittura 966 l’incasso. Qui probabilmente la casa di Topolino e company realizza di poter sfruttare a piene mani i grandi classici. Arriva La bella e la bestia, un musical dove la Disney sguazza come i vecchi tempi. Qualitativamente non eccezionale ma sicuramente un successo.

Il futuro non sarà molto diverso. Ormai la strada è segnata. Il prossimo anno vedrà tornare al cinema nel suo remake live action Mulan.

Successivamente sarà la volta di Dumbo. Con la regia di Tim Burton. Pausa scenica. E vedrà tra gli attori protagonisti Eva Green, Colin Farrell e Danny DeVito. Altra pausa scenica. La pellicola potrebbe essere realmente fuori di testa e psichedelica.

Ma non finisce qui. Sono in pre-produzione film come Cruella (avete presente Maleficent? Però con Crudelia De Mon), Tink (dedicato a Trilli / Campanellino), Winnie the Pooh (probabilmente un ibrido tra riprese in live action e CGI), Pinocchio, Genies (prequel di Aladdin), Aladdin stesso, La spada nella roccia, Rose Red (sulla sorella di Biancaneve), Peter Pan, La sirenetta, Il re leone, un sequel per Maleficent, un sequel per Il libro della giungla e una nuova versione di James e la pesca gigante.

Insomma. Per il futuro la Disney si tuffa nel passato. In alcuni casi con ottimi risultati raggiunti, in altri con dei flop. Ma la domanda chiave è: non saranno un po’ troppi tutti questi progetti? Perché non si produce più nulla di nuovo?

La Fantasia è finita od ormai la Disney è semplicemente una azienda che deve fare soldi? Quando il motto di Walt, “Se puoi sognarlo, puoi farlo!”, si è trasformato in “Se puoi fare soldi facili, devi farli”?

Logan, il viaggio umano di un supereroe

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È stata una strada lunga e tortuosa per il Wolverine di Hugh Jackman. Dal momento in cui il mondo ha conosciuto il genere supereroistico moderno con X-Men del 2000, lui è stato presente per quasi tutte le sue fasi, sia alti che bassi. Dopo nove apparizioni nel ruolo, Jackman è pronto per appendere definitivamente gli artigli al chiodo. Ma la sua ultima apparizione come Logan è il degno addio che il pubblico, i fans e la critica si aspetta.

L’anno è il 2029 e non nascono più mutanti da 25 anni. La maggioranza della razza mutante è morta e Wolverine alias Logan (Hugh Jackman) ora utilizza il suo nome di battesimo, ovvero James Howlett e si guadagna da vivere come un autista di limousine. I suoi poteri di guarigione hanno ormai iniziato da tempo a diminuire. Inoltre, per completare il tutto, Logan si trova ad accudire, in una struttura abbandonata vicino al confine degli Stati Uniti e Messico, il vecchio e malato professor Charles Xavier (Patrick Stewart), ora novantenne e classificato da parte del governo degli Stati Uniti come “arma di distruzione di massa” proprio a causa della sua incapacità di controllare al completo i suoi poteri mentali.

Questa è la premessa del terzo capitolo della saga dedicata al celeberrimo mutante con gli artigli di adamantio. Diretto da James Mangold, già regista di Wolverine l’immortale, Logan è il punto di arrivo di un raccordo iniziato diciassette anni. Logan è un film che non teme il confronto con il cinema mainstream, poiché anche se Logan si ispira liberamente alle famose graphic novel Marvel “Old Man Logan” e, “La Morte di Wolverine” (anche se in pochi hanno colto questo adattamento), il film ha molto di più in comune con pellicole del calibro di The Grey di Joe Carnahan. Logan (scritto da Mangold stesso) è un film maturo in cui il protagonista si imbarca in un esame personale, nel pieno di una lotta con il proprio senso di mortalità, mentre si ritrova ancora una volta a dover combatter una battaglia che non sente realmente sua.

Logan è esattamente il genere di film che i fans hanno aspettato per quasi venti anni, in cui la Fox ha acconsentito a realizzare una storia più simile, se non altro graficamente, all’essenza del personaggio fumettistico piuttosto che la sua versione, a tratti edulcorata, presentata al pubblico precedentemente. Ma questo capitolo conclusivo della trilogia ha anche un altro enorme merito, conferma esattamente quello che aveva promesso con il trailer. Trailer che sfoggia una colonna sonora d’eccezione “Hurt” di Johnny Cash. Canzone che sembra essere una profezia, poiché nel suo testo è sibillinamente descritto lo stato d’animo e il percorso narrativo del film stesso.

Ma Logan presenta anche delle lacune di narrazione, buchi di trama che vengono lasciati aperti, quasi a suggerire al pubblico che la storia non si è realmente conclusa, anche se la fine di Wolverine è categorica e senza possibilità di fare alcuna marcia indietro. Tuttavia questi buchi di trama, non alterano in alcun modo la storia e lo spettatore può tranquillamente gustarsi la pellicola, anche se avrebbero quanto meno dato un quadro più completo degli avvenimenti. Logan è una pellicola matura che riporta brutalmente il genere supereroistico con i piedi per terra.
È la fine di un viaggio attraverso i meccanismi di base del genero umano: lo sguardo esterno di chi non è del tutto umano, ma allo stesso tempo lo è in maniera totale e assoluta.

T2 Trainspotting: scegliete di non crescere

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È necessario esordire con una premessa: la mia lucidità critica potrebbe essere compromessa, sia perché si tratta di uno dei due film a cui sono più legata in assoluto l’altro è Arancia meccanica (ogni occasione è buona per citare il sommo capolavoro!), sia perché sono uscita dal cinema travolta dalla nostalgia e letteralmente strafatta di emozioni. Da settimane, infatti, ero in trepidante attesa e tutto intorno a me era, d’improvviso, così “anni 90”.
Camminavo per strada ascoltando Born Slippy e rivedevo, come in una sorta di allucinazione autoindotta, le fughe sfrenate dalla superficialità mascherata da stabilità, i maxi televisori del cazzo e i cessi irresistibilmente luridi, l’Inghilterra che ritornava la dreamland indiscussa, il disagio generazionale che assumeva tinte epiche nella sua sprezzante apatia sociale, e la pura, purissima, libertà underground. Mi aspettavo di ritrovare gli eroi di T2 Trainspotting esattamente dove li avevo lasciati: ai margini della società e questa era la mia unica aspettativa, la sola che mi ero permessa per evitare di rimanere delusa.
Ed è proprio lì che Danny Boyle me li ha fatti trovare, facendomi tirare sin da subito un sospiro di sollievo e allontanando con destrezza lo spettro della delusione che aleggiava sulla mia testa e, ne sono sicura, su quella di tutti gli appassionati.

La carta vincente era la coerenza nell’evoluzione dei personaggi, Boyle lo sapeva, noi lo sapevamo ed è il motivo per cui sin dalle prime scene ci troviamo di fronte a un mondo che cambia ma a dei protagonisti che non sono cambiati di una virgola, escluso qualche capello bianco (o in meno, non me ne voglia Sick Boy che rimane ugualmente affascinante) e qualche chilo in più, nel caso di Begbie che guadagna un viso gioviale palesemente in contrasto con il suo temperamento da imperituro bad boy.

Dunque un Rent Boy pentito torna all’ovile con un bagaglio stracolmo di sensi di colpa, pronto a cospargersi il capo di cenere e a fare i conti con i vecchi compagni di bagordi e con una Edimburgo investita dalla globalizzazione, dove sembra non esserci più spazio per le eroiche ragioni del suo passato da tossico. Eppure qualcosa è rimasto. Qualcosa che lo spettatore più appassionato non può fare a meno di notare senza che parta nella sua testa la mitica “I don’t wanna grow up” degli intramontabili Ramones. Qualcosa che accomuna lo stato d’animo dei protagonisti e la loro determinazione nel non trovare un posto nel mondo: il tenace disgusto nei confronti del sistema e del tempo che passa.

Questo è il promettente incipit T2 Trainspotting, diretto da Danny Boyle, a cui sono grata per aver riportato sul grande schermo Renton, Spud, Begbie e Sick Boy, guru dispotici degli anni 90, simbolo di una generazione disillusa ma cosciente, socialmente apatica ma culturalmente sensibile, di cui sento costantemente la mancanza.

In T2 il punto di partenza è una nuova frustrazione sociale, altrettanto autentica ma meno allucinata e allucinogena di quella del primo Trainspotting. Un’insoddisfazione che persiste nel suo vigore senza mai arrendersi al confortevole nichilismo ma che, piuttosto, si trasforma in una spassosa sindrome da Peter Pan. Qualcuno potrebbe pensare che a quarant’anni suonati questi eterni bambinoni siano ridicoli. Qualcun altro (inclusa la sottoscritta) continua a fare il tifo per loro e per l’inadeguatezza cosmica che li ha resi iconici, apprezzando T2 per ciò che è in realtà: un gradevolissimo omaggio a quell’unicità nel manifestare il dissenso che può rimettersi in discussione a qualsiasi età, purché si rimanga intolleranti alle dinamiche sociali.

In conclusione, il ritmo convulso della narrazione di T2 Trainspotting e la colonna sonora a dir poco atomica determinano l’esito positivo del film che non pretende, neanche per un istante, di replicare ciò che è stato. Perché non sarebbe giusto. Perché non è ciò che i veri fan desiderano. Perché non può e non deve essere lo stesso. Perché più che di un sequel ciò di cui gli appassionati hanno bisogno è un flashforward che gli ricordi la ragione per cui amano tanto il sogno chimico di chi è nato nei bassifondi con il destino segnato: la profonda e vitale bellezza degli errori generazionali.

Voto di cuore.

Voto di cervello.