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Federica Torre

Miyazaki: la distopia con antidoto che può ancora salvare il mondo

By | Anime&Manga, NerdPensiero | No Comments

Ammettiamolo: vivere in un contesto sociale vessato dalle piaghe del qualunquismo e della negligenza umana propagata con regolarità in tutti i settori, dalla politica all’ambientalismo, ha reso ognuno di noi complice sottobanco di questa distopia prostrante.

Non siamo ancora ai nefasti livelli di 1984, sia chiaro, ma l’occhio orwelliano ha già iniziato a spiarci, famelico e saccente, pronto a vincere la sua scommessa su un’umanità smaniosa di infradiciarsi con le sue stesse mani.
Del resto smentirlo è pressoché impossibile, basta concedersi una rapida panoramica della fatale attualità che ci circonda per realizzare che stiamo invocando il Big Brother all’unisono, tra presidenti convinti che l’inquinamento sia una frottola made in China, preti accusati di pedofilia all’alba di quasi tutti “i giorni dopo”, guerre in nome del dio profitto beneficiarie di finanziamenti anche in condizioni di estrema povertà (interessante controsenso, vero?) e attentati o presunti tali fomentati dall’odio e da quell’ottimo cane da guardia al servizio dei potenti chiamato insoddisfazione. Insomma, di pretesti sine qua non per l’insediamento del fratellone socialista ce ne sono a iosa: Corea del Nord docet.

Eppure, probabilmente a causa di un’eredità umanistica che si sta estinguendo nelle nuove generazioni, quasi del tutto prive di empatia e di creatività (mi riferisco alla creatività genuina, quella guidata dal sacro fuoco dell’arte e dall’amore per la conoscenza), le grandi menti illuminate ci offrono un ultimo barlume di speranza.

Uno di questi intelletti risolutivi appartiene al regista e fumettista giapponese Hayao Miyazaki, autore di capolavori d’animazione che spaziano dal naturalismo al romanticismo, dal realismo all’onirismo e che possono essere definiti, a ragion veduta, senza precedenti. Tuttavia, più che sulla questione stilistica, peculiare ma abbondantemente analizzata, è opportuno soffermarsi sulle scelte tematiche e sulla decodificazione del messaggio, profondo e vitale, che Miyazaki intende trasmettere allo spettatore.
Un messaggio di pace e speranza che emerge dai contesti umani più catastrofici, strutturato per giungere persino al peggior sordo, quello che notoriamente non vuol sentire.

Nessun fruitore attento, infatti, rimarrà immune all’intelligenza emotiva di cui sono dotati i protagonisti delle storie ghibliane, vittime di una disumanità abietta che ha stravolto i loro equilibri naturali, né si sottrarrà all’ancestrale riflessione sul bene e sul male.
Già, perché se si vuole evitare che il secondo abbia la meglio sul primo è necessario estirparlo dalle radici, non tollerarlo secondo scelte di comodo che garantiscono una tranquillità momentanea ma logorante.
Miyazaki ci costringe a guardare in faccia i cattivi e a fare i conti con una verità che non ci piace per niente: i cattivi siamo noi.
Un colpo basso che orchestra in modo magistrale nel film La città incantata (2001) mostrando che al mondo non c’è più posto per l’ingordigia umana, metaforicamente associata a un banchetto grottesco, e che la natura ha sempre la forza di prendere il sopravvento.

Proprio nella natura, infatti, si trova la chiave di salvezza o, meglio, l’antidoto alle realtà distopiche in cui sono costretti a vivere i protagonisti.
Pertanto da Nausicaä della Valle del vento (1984) a Principessa Mononoke (1997) e Il castello errante di Howl (2005) il filo conduttore è lo stesso: la provvidenziale empatia con la natura.
Se non si è in sintonia con l’ambiente si finisce per essere schiacciati dallo stesso e le leggi della natura non ammettono mediazioni.
Ecco perché la temeraria figlia del bosco Mononoke detesta gli esseri umani, pur appartenendo alla loro specie, ed è disposta a sacrificare la sua vita pur di arrestare le usurpazioni dei suoi simili.
Lo stesso discorso vale per Howl, eremita stremato dalla guerra, costretto a trasformarsi in uccello per fronteggiare le numerose battaglie, che troverà la redenzione nell’amore e, una volta restaurata la pace, potrà tornare definitivamente umano.

Nausicaä è forse l’eroina più emblematica di questo conflitto incessante tra bene e male, tra natura e uomo, tra inquinamento ed ecologia: in un pianeta distrutto dalla guerra termonucleare, la principessa della Valle del Vento e i pochi superstiti devono contrastare l’espansione della Giungla tossica che rischia di inglobare gli ultimi ambienti non contaminati.
Tra la violenza e la paura, il coraggio di Nausicaä e il suo amore smisurato nei confronti di ogni essere vivente avranno la meglio, restaurando epicamente gli antichi equilibri e riconquistando la tanto agognata sintonia con la natura.

Dunque la salvezza è ancora possibile, purché l’audacia e il confronto vincano sullo scetticismo e sulla pigrizia morale. Miyazaki ci ammonisce e ci incoraggia allo stesso tempo, obbligandoci a fronteggiare i “mostri sociali” per lasciare spazio al potenziale umano latente, oggi quanto mai necessario. Concludendo, l’ingegno potrà sempre scongiurare l’insediamento di una società distopica purché questo mantenga una connotazione profondamente umana e naturale.

Le eroine cinematografiche più amate dal grande pubblico

By | Film, NerdPensiero | No Comments

Gli americani non hanno dubbi al riguardo: la più amata è proprio lei, la bellissima e tenace Hermione Granger (Emma Watson), ammirata a tal punto da rubare lo storico primato alla raffinata Holly Golightly (Audrey Hepburn) e alla sua colazione da sogno.

Sarà che le principesse sono cadute nel dimenticatoio da un bel po’ o che qualsiasi donzella che si rispetti preferisca un’ avventura mozzafiato ai diamanti di Tiffany, ma il binomio diva-bambola non convince più come una volta. È chiaro che la bellezza non passerà mai di moda ma la donna che vive esclusivamente in funzione della sua dimensione emotiva e che confida sulla possibilità di trovare un uomo facoltoso per alleggerirsi di qualche responsabilità non può più trovare spazio sul gradino più alto del podio.

Nella società contemporanea le priorità sono altre, di conseguenza le eroine mutano forma e contenuto senza, però, calpestare il ricordo di ciò che è stato. Fa riflettere, infatti, un dato significativo: nella classifica del pubblico a stelle e strisce passato e presente continuano a convivere in armonia. Dunque, al terzo posto troviamo la mitica-indimenticabile-intramontabile Leia Organa (Carrie Fisher), imperatrice stellare e maestra di stile che mi auguro rimanga sul podio nei secoli a venire (finché ciò accadrà l’immaginario collettivo sarà degno di stima), al quarto posto lasciamo che ci strappi un sorriso consapevole e nostalgico Mary Poppins (Julie Andrews), la tata ideale dei bambini dal 1964 a oggi, mentre al quinto posto incontriamo la roccia Sarah Connor (Linda Hamilton), guerriera coraggiosa e madre del prescelto, il che è già un motivo sufficiente per garantirle la duratura approvazione all’unisono.

L’unico aspetto che lascia perplessi è la postazione di Mia Wallace (Uma Thurman), dal momento che l’ape regina per eccellenza trova spazio soltanto al dodicesimo posto della lista. Premettendo che avrei messo ben volentieri al collo della sposa più bella che gli stanchi occhi di Bill abbiano mai visto la medaglia d’oro, mi risulta difficile, se non incomprensibile, la ragione per cui una come Mia possa guadagnare un misero dodicesimo posto. Ma i gusti, si sa, sono insindacabili.

A questo punto, sarebbe interessante scoprire quali sorprese ci riservi il pubblico italiano, dal momento che il Bel paese può vantare una carrellata di mostri sacri in gonnella da fare invidia a chiunque, a volte persino alla Hollywood Factory che, tuttavia, vince facile perché gioca sui grandi numeri. Da Anna Magnani a Monica Vitti, da Sofia Loren a Claudia Cardinale, da Margherita Buy a Laura Morante e Claudia Gerini che continuano a mantenere alto il buon nome delle attrici italiane, si potrebbe elencare una serie infinita di personaggi femminili che ci hanno regalato grandi emozioni e, perché no, parecchi sorrisi.

I più attempati ricorderanno con piacere Assunta (Monica Vitti), la spassosissima ragazza con la pistola che si trasferisce nel Regno Unito per combinarne di tutti i colori o si commuoveranno pensando alla sfortunata Pina (Anna Magnani) schiacciata sotto il peso di una Roma affamata e crudele. Il fascino di Adelina/Anna/Mara (Sofia Loren) di Ieri, oggi, domani, invece, è scolpito tanto nella memoria dei più maturi quanto in quella dei giovani perché la Loren, così come la Cardinale sono il simbolo della bellezza e del talento mediterraneo, lo stesso che ha fatto gola anche a tanti registi oltreoceano.

Infine, anche gettando lo sguardo sul cinema contemporaneo si trovano delle piacevoli conferme. Chi non è rimasto senza parole di fronte al carisma con cui Antonia (Margherita Buy) ha trascinato nel suo universo caotico l’adorabile esercito di Fate ignoranti o chi non ha riso a crepapelle durante le nozze di Jessica (Claudia Gerini), considerate le più tamarre della storia del cinema italiano? E, se non bastasse, chi gradisce particolarmente la dimensione culturale non può non apprezzare gli irresistibili personaggi nevrotici e intellettuali interpretati da Laura Morante.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma! Donne forti, spontanee, comiche, fiere del proprio vissuto e sprezzanti dell’opinione comune. Donne che, per un motivo o per un altro, ci hanno fatto sognare.

T2 Trainspotting: scegliete di non crescere

By | Film, NerdPensiero | No Comments

È necessario esordire con una premessa: la mia lucidità critica potrebbe essere compromessa, sia perché si tratta di uno dei due film a cui sono più legata in assoluto l’altro è Arancia meccanica (ogni occasione è buona per citare il sommo capolavoro!), sia perché sono uscita dal cinema travolta dalla nostalgia e letteralmente strafatta di emozioni. Da settimane, infatti, ero in trepidante attesa e tutto intorno a me era, d’improvviso, così “anni 90”.
Camminavo per strada ascoltando Born Slippy e rivedevo, come in una sorta di allucinazione autoindotta, le fughe sfrenate dalla superficialità mascherata da stabilità, i maxi televisori del cazzo e i cessi irresistibilmente luridi, l’Inghilterra che ritornava la dreamland indiscussa, il disagio generazionale che assumeva tinte epiche nella sua sprezzante apatia sociale, e la pura, purissima, libertà underground. Mi aspettavo di ritrovare gli eroi di T2 Trainspotting esattamente dove li avevo lasciati: ai margini della società e questa era la mia unica aspettativa, la sola che mi ero permessa per evitare di rimanere delusa.
Ed è proprio lì che Danny Boyle me li ha fatti trovare, facendomi tirare sin da subito un sospiro di sollievo e allontanando con destrezza lo spettro della delusione che aleggiava sulla mia testa e, ne sono sicura, su quella di tutti gli appassionati.

La carta vincente era la coerenza nell’evoluzione dei personaggi, Boyle lo sapeva, noi lo sapevamo ed è il motivo per cui sin dalle prime scene ci troviamo di fronte a un mondo che cambia ma a dei protagonisti che non sono cambiati di una virgola, escluso qualche capello bianco (o in meno, non me ne voglia Sick Boy che rimane ugualmente affascinante) e qualche chilo in più, nel caso di Begbie che guadagna un viso gioviale palesemente in contrasto con il suo temperamento da imperituro bad boy.

Dunque un Rent Boy pentito torna all’ovile con un bagaglio stracolmo di sensi di colpa, pronto a cospargersi il capo di cenere e a fare i conti con i vecchi compagni di bagordi e con una Edimburgo investita dalla globalizzazione, dove sembra non esserci più spazio per le eroiche ragioni del suo passato da tossico. Eppure qualcosa è rimasto. Qualcosa che lo spettatore più appassionato non può fare a meno di notare senza che parta nella sua testa la mitica “I don’t wanna grow up” degli intramontabili Ramones. Qualcosa che accomuna lo stato d’animo dei protagonisti e la loro determinazione nel non trovare un posto nel mondo: il tenace disgusto nei confronti del sistema e del tempo che passa.

Questo è il promettente incipit T2 Trainspotting, diretto da Danny Boyle, a cui sono grata per aver riportato sul grande schermo Renton, Spud, Begbie e Sick Boy, guru dispotici degli anni 90, simbolo di una generazione disillusa ma cosciente, socialmente apatica ma culturalmente sensibile, di cui sento costantemente la mancanza.

In T2 il punto di partenza è una nuova frustrazione sociale, altrettanto autentica ma meno allucinata e allucinogena di quella del primo Trainspotting. Un’insoddisfazione che persiste nel suo vigore senza mai arrendersi al confortevole nichilismo ma che, piuttosto, si trasforma in una spassosa sindrome da Peter Pan. Qualcuno potrebbe pensare che a quarant’anni suonati questi eterni bambinoni siano ridicoli. Qualcun altro (inclusa la sottoscritta) continua a fare il tifo per loro e per l’inadeguatezza cosmica che li ha resi iconici, apprezzando T2 per ciò che è in realtà: un gradevolissimo omaggio a quell’unicità nel manifestare il dissenso che può rimettersi in discussione a qualsiasi età, purché si rimanga intolleranti alle dinamiche sociali.

In conclusione, il ritmo convulso della narrazione di T2 Trainspotting e la colonna sonora a dir poco atomica determinano l’esito positivo del film che non pretende, neanche per un istante, di replicare ciò che è stato. Perché non sarebbe giusto. Perché non è ciò che i veri fan desiderano. Perché non può e non deve essere lo stesso. Perché più che di un sequel ciò di cui gli appassionati hanno bisogno è un flashforward che gli ricordi la ragione per cui amano tanto il sogno chimico di chi è nato nei bassifondi con il destino segnato: la profonda e vitale bellezza degli errori generazionali.

Voto di cuore.

Voto di cervello.

La La Land: tra sogni ed emotività. La nostra recensione

By | Film, NerdPensiero | No Comments

In una Los Angeles avvolta dalla rassicurante atmosfera onirica e fiabesca che contraddistingue ogni musical sentimentale degno di stima (vedi Moulin Rouge!) le vite in stand by di due sognatori squattrinati sono, inevitabilmente, destinate a incrociarsi e scuotersi con estremo vigore.

Sì, perché nella fabbrica di stelle più proficua del globo terrestre, la stessa in cui tutt’oggi si sente forte e chiaro il ruggito della vecchia Hollywood gloriosa, Mia e Sebastian sono moralmente obbligati a “vivere il sogno” e noi spettatori a lasciarci abbindolare di buon grado. Questo è La La Land, scritto e diretto da Damien Chazelle, candidato a 14 premi Oscar.

La prima nota di merito va ai due protagonisti per la maestria con cui ci trascinano nel loro scoppiettante universo emotivo, facendo piroettare la nostra fantasia a passi di danza.

La seconda spetta al regista e alle scelte tematiche, o meglio, metacinematografiche, dal momento che l’intera pellicola è un inno all’amore per la celluloide e per tutto ciò che le gira intorno. Infatti, la dimensione cinematografica investe ogni cosa, lasciando intendere senza troppe riserve che la sola realtà meritevole di considerazione è quella proposta sul grande schermo.

Non a caso, l’unico modo per ricongiungere le strade di Mia e Sebastian è quello di travolgerli nella spirale cinematografica della migliore tra le loro esistenze possibili, la stessa che la blanda quotidianità ha messo a dura prova ma che lo schermo ha eroicamente salvato.

Il terzo e ultimo elogio va a una delle figure a noi più care e familiari: quella del nostalgico ostinato, condannato a vagare tra i leggendari fantasmi del passato, ferito dall’indifferenza altrui e dall’incedere irrispettoso della modernità. Una sorta di vecchio marinaio postmoderno, perdutamente innamorato della storia che è costretto a raccontare. E come ogni albatro che si rispetti, il jazz ha richiamato a sé il suo marinaio Sebastian, allontanandolo una volta per tutte dal compromesso che lo avrebbe reso felice ma incompleto.

Eppure, grazie alla scenografia prodigiosa e alla determinazione con cui i protagonisti esortano lo spettatore a credere nelle proprie passioni (ben venga in un mondo fatto di qualunquismi e cinismo imperante!) è impossibile parlare di un mancato happy ending.

Ecco perché La La Land ha colpito nel segno scommettendo sul sogno.