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È necessario esordire con una premessa: la mia lucidità critica potrebbe essere compromessa, sia perché si tratta di uno dei due film a cui sono più legata in assoluto l’altro è Arancia meccanica (ogni occasione è buona per citare il sommo capolavoro!), sia perché sono uscita dal cinema travolta dalla nostalgia e letteralmente strafatta di emozioni. Da settimane, infatti, ero in trepidante attesa e tutto intorno a me era, d’improvviso, così “anni 90”.
Camminavo per strada ascoltando Born Slippy e rivedevo, come in una sorta di allucinazione autoindotta, le fughe sfrenate dalla superficialità mascherata da stabilità, i maxi televisori del cazzo e i cessi irresistibilmente luridi, l’Inghilterra che ritornava la dreamland indiscussa, il disagio generazionale che assumeva tinte epiche nella sua sprezzante apatia sociale, e la pura, purissima, libertà underground. Mi aspettavo di ritrovare gli eroi di T2 Trainspotting esattamente dove li avevo lasciati: ai margini della società e questa era la mia unica aspettativa, la sola che mi ero permessa per evitare di rimanere delusa.
Ed è proprio lì che Danny Boyle me li ha fatti trovare, facendomi tirare sin da subito un sospiro di sollievo e allontanando con destrezza lo spettro della delusione che aleggiava sulla mia testa e, ne sono sicura, su quella di tutti gli appassionati.

La carta vincente era la coerenza nell’evoluzione dei personaggi, Boyle lo sapeva, noi lo sapevamo ed è il motivo per cui sin dalle prime scene ci troviamo di fronte a un mondo che cambia ma a dei protagonisti che non sono cambiati di una virgola, escluso qualche capello bianco (o in meno, non me ne voglia Sick Boy che rimane ugualmente affascinante) e qualche chilo in più, nel caso di Begbie che guadagna un viso gioviale palesemente in contrasto con il suo temperamento da imperituro bad boy.

Dunque un Rent Boy pentito torna all’ovile con un bagaglio stracolmo di sensi di colpa, pronto a cospargersi il capo di cenere e a fare i conti con i vecchi compagni di bagordi e con una Edimburgo investita dalla globalizzazione, dove sembra non esserci più spazio per le eroiche ragioni del suo passato da tossico. Eppure qualcosa è rimasto. Qualcosa che lo spettatore più appassionato non può fare a meno di notare senza che parta nella sua testa la mitica “I don’t wanna grow up” degli intramontabili Ramones. Qualcosa che accomuna lo stato d’animo dei protagonisti e la loro determinazione nel non trovare un posto nel mondo: il tenace disgusto nei confronti del sistema e del tempo che passa.

Questo è il promettente incipit T2 Trainspotting, diretto da Danny Boyle, a cui sono grata per aver riportato sul grande schermo Renton, Spud, Begbie e Sick Boy, guru dispotici degli anni 90, simbolo di una generazione disillusa ma cosciente, socialmente apatica ma culturalmente sensibile, di cui sento costantemente la mancanza.

In T2 il punto di partenza è una nuova frustrazione sociale, altrettanto autentica ma meno allucinata e allucinogena di quella del primo Trainspotting. Un’insoddisfazione che persiste nel suo vigore senza mai arrendersi al confortevole nichilismo ma che, piuttosto, si trasforma in una spassosa sindrome da Peter Pan. Qualcuno potrebbe pensare che a quarant’anni suonati questi eterni bambinoni siano ridicoli. Qualcun altro (inclusa la sottoscritta) continua a fare il tifo per loro e per l’inadeguatezza cosmica che li ha resi iconici, apprezzando T2 per ciò che è in realtà: un gradevolissimo omaggio a quell’unicità nel manifestare il dissenso che può rimettersi in discussione a qualsiasi età, purché si rimanga intolleranti alle dinamiche sociali.

In conclusione, il ritmo convulso della narrazione di T2 Trainspotting e la colonna sonora a dir poco atomica determinano l’esito positivo del film che non pretende, neanche per un istante, di replicare ciò che è stato. Perché non sarebbe giusto. Perché non è ciò che i veri fan desiderano. Perché non può e non deve essere lo stesso. Perché più che di un sequel ciò di cui gli appassionati hanno bisogno è un flashforward che gli ricordi la ragione per cui amano tanto il sogno chimico di chi è nato nei bassifondi con il destino segnato: la profonda e vitale bellezza degli errori generazionali.

Voto di cuore.

Voto di cervello.