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Erick Cannamela

Stan Lee, lo zio di tutti che ci lascia senza eroi

By | NerdPensiero | No Comments

Hello True Belivers!

Per chi come me è cresciuto leggendo i Fumetti Marvel, riconoscerà sicuramente questa frase: il tipico saluto di Stan “the Man” Lee, uno dei fondatori e per tantissimi anni la faccia della Marvel Comics.

Come me, milioni di persone hanno appreso la notizia dell’improvvisa morte di Stan lo scorso Lunedì 12 novembre 2018, e come me molti sono rimasti colpiti da uno shock improvviso.

Perché Stan Lee, non era solo questa figura quasi mitologica, Stan Lee, o meglio per come lo chiamiamo noi fan affettuosamente Stan, era molto di più di un semplice creatore di fumetti.

Stan ha di fatto ideato la Marvel Comics, inventando l’80% degli eroi classici Marvel come I Fantastici 4, Spider Man, Iron Man, Hulk, Daredevil, gli X Men, dr Stange, Silver Surfer, Black Panther, Capitan America, Ant Man e tantissimi altri.

Ma ha anche reso celebre il Marvel Style: tecnica di creazione dei fumetti in cui lo sceneggiatore crea la base della storia, il disegnatore crea le tavole, e relative vignette singole, a suo gusto e fantasia personale per poi permettere allo sceneggiatore di completare l’opera creando i dialoghi direttamente sui disegni. E soprattutto ha gettato le basi per quello che all’epoca fu una rivoluzione nel mondo dei fumetti.

Il merito di Stan Lee fu proprio di creare eroi che, diversamente a quello che il resto del mercato offriva erano molto più profondi e complessi. Eroi che erano anche uomini, con problemi reali a cui tutti si potevano immedesimare o che tutti avevano vissuto.

Il ragazzino orfano, il milionario playboy alcolizzato, il vigilante cieco, il professore che se si arrabbia devasta ogni cosa. Ogni eroe Marvel ha almeno un problema, una falla, un vizio che li rende più reali, più credibili, più accessibili, più umani. Stan “the Man” Lee è stato capace di tradurre lo stato d’animo di una generazione nascente nelle pagine di carta di semplici fumetti.

Fumetti che hanno aiutato nel corso degli ultimi 45 anni ad insegnare ad adulti e bambini certi importanti valori che oggi diamo per scontati, ma che nei primi anni 60 erano motivo di agguerritissime lotte: rispetto, uguaglianza, solidarietà, moralità, la differenza tra il giusto e lo sbagliato.

Ma Soprattutto lui era Stan Lee, lo zio che tutti avremmo voluto avere, il vicino di casa pazzerello che ti racconta delle storie assurde che per quanto sembrano impossibili e surreali, ti divertono tantissimo.

Certo Stan non era uno stinco di santo, qualche bugia (qualche centinaio) le ha dette, quelle due o tre carognate (almeno lavorativamente parlando) le ha fatte, qualche stupidissimo errore (anche grave) lo ha commesso. Ma proprio come le sue creazioni Stan Era un Uomo, era L’Uomo.

Grazie alle sue creazioni noi fan abbiamo sognato, abbiamo sperato che un ragno radioattivo ci mordesse, o che i raggi cosmici ci donassero incredibili poteri, e stiamo ancora aspettando. Ma Stan era un uomo e in quanto tale poteva ed ha sbagliato. Ma visto che ci ha lasciato vogliamo ricordare il bene che ha fatto, che sicuramente, fantasticamente sorpassa infinitesimamente i suoi errori.

Se questo fosse un fumetto sapremmo tutti che è solo una questione di tempo prima che lui possa tornare in vita, o magari adesso Stan si trova sulla Luna con Uatu l’osservatore a guardarci dall’alto inventando nuovi supereroi. O forse si è riunito al suo vecchio collega Steve Ditko, anche lui scomparso pochi mesi fa, ed insieme a Spider Man stanno volteggiando per i grattaceli della loro New York, e se chiudo gli occhi me lo posso immaginare volteggiare tra i grattacieli gridando… “Excelsior!”

Si può giudicare un libro dalla copertina? L’amore al tempo di Tinder

By | NerdPensiero | No Comments

Sfortunato al gioco, fortunato in amore. Chi non ha mai sentito questa frase?
Usata spesso come rifugio dopo aver perso, solitamente i soldi delle partite a carte natalizie, è comunque radicata l’idea che per qualche strano scherzo karmico l’amore e il gioco abbiano delle proprietà inversamente proporzionali.

Ma che succede se le due cose vengono unite? Già, perché in questo nuovo millennio le “regole del gioco” stanno cambiando, e trovare la propria compagna o compagno, sia per la vita o per alcune ore, sta diventando facile o difficile come far scorrere un dito da destra verso sinistra o viceversa. Ma è davvero così facile? Si riesce davvero a cogliere il famigerato attimo fuggente da un azione così semplice come far scorrere il dito verso destra o sinistra? Per questo motivo ho fatto un esperimento sociale.

Ho creato un account Tinder e ho giocato il gioco. Per chi non lo conoscesse Tinder è un app che permette alle persone single di entrare in contatto e creare nuove relazioni o amicizie. Il concetto di base è molto semplice: si crea l’account, inserisci le tue foto, alcuni dati personali (quasi tutti facoltativi) e sei pronto!

A questo punto inizia la parte centrale di questa app lo “swipe”. Tinder ti presenta l’account di un altro utente, in base alle tue preferenze personali, nel mio caso donne, e in quell’istante l’utilizzatore ha il potere assoluto nel dito, si perché dallo swipe dipende molto, anzi tutto. Se si fa scorrere il dito verso sinistra si esclude la persona dall’altro capo della rete, si dice apertamente “a me questa persona non piace” se invece si fa scorrere il dito verso destra le intenzioni sono chiare “io questa me la farei”. 

Si perché Tinder nella stragrande maggioranza dei casi viene utilizzata per trovare compagne pressoché temporanee. Se anche le donne da me swipate a destra, ricambiano con lo stesso gesto, allora scatta la “compatibilità” e si può iniziare a chattare. Ma è davvero così?

L’esperimento da me condotto aveva poche semplici regole, una settimana sarei stato io, una settimana avrei usato la foto di un’altra persona. Avrei dovuto fare swipe destra con tutti i profili, anche quelli delle donne che a me non piacevano, e avrei parlato con tutte le compatibilità.

Dopo aver creato il mio profilo ho iniziato a fare swipe destra, come da idea iniziale con tutti i profili (100 ogni 12 ore, cioè l’opzione prevista dal piano gratuito di Tinder). Ho ripetuto l’operazione due volte al giorno per 7 giorni, ottenendo solo una compatibilità.

Devo essere onesto nel dire che il responso mi aveva lasciato abbastanza deluso, non credo di essere un adone ma neanche di essere il mostro della laguna nera, comunque l’esperimento sociale sarebbe dovuto continuare.

Il finto profilo doveva ovviamente avere un volto che non era il mio. A tal proposito ho utilizzato l’aspetto di un modello spagnolo Jon Kortajarena, prendendo le foto dal suo profilo Instagram. Onestamente non ero preparato a quello che sarebbe successo. Marco, questo il nome che ho scelto per il profilo, che per inciso è il mio primo nome, ha ottenuto più di 45 compatibilità nell’arco di 21 ore. Una valanga di compatibilità con cui ho parlato, in alcuni casi anche flirtando. Alla 22esima ora ho deciso di sospendere l’esperimento, poiché ho ritenuto abbastanza confermata l’idea iniziale.

Il risultato di questo esperimento sociale dimostra, secondo un punto di vista personale, e in parte oggettivo, come la tecnologia sia in grado di avvicinare le persone, togliendo però l’equazione umana. Quanti di noi hanno ricevuto il consiglio “sii te stesso”? Immagino tutti, ma in un mondo dove basta una foto per giudicare essere se stessi non basta. Perché non tutti siamo modelli, eppure sono quelli i soggetti a cui ci ispiriamo, a cui aspiriamo essere o conquistare.

E come può una persona normale, vivere in un mondo dove basta un dito e nascondersi dietro uno schermo?

Si perché sorprendentemente molte delle donne da me incontrate su Tinder cercavano una relazione, se non “La Relazione”, quella della vita. Cosa a mio parere ridicola. Come si può cercare qualcosa di così profondo ed importante in un luogo così facile e veloce? Sarebbe come andare a cercare da McDonald’s e aspettarsi di trovare la lasagna che faceva la nonna, che ti ricordi quanto sia importante la famiglia.

Non dico che l’occhio non voglia la sua parte: sarei ipocrita a dire il contrario ma ci sono tempi e luoghi in cui farlo. E non parlo solo dal mio punto di vista ma anche per conto di tutti gli uomini e donne che vengono swipati a sinistra.

Quanto deve essere mortificante e deleterio essere rifiutati solo per essere se stessi? Di certo non possiamo cambiare il mondo e come esso funziona, ma non sarebbe bello, quantomeno aiutarlo a migliorare.

Quindi ben vengano i bar, le feste e gli incontri, gli scontri sotto la pioggia come Mirko e Licia, in cui non è solo l’aspetto a fare la differenza, ma sono i modi di fare, la personalità, la simpatia e i valori.

Del resto un vecchio detto non recitava che “non si può giudicare un libro dalla sua copertina”?

Quando i palloncini galleggiano: la recensione di IT dei Nerd Attack

By | Film, NerdPensiero | No Comments

L’adattamento cinematografico di Andrés Muschietti del romanzo di Stephen King, It, è sorprendentemente vicino all’adattamento di Rob Reiner del 1986 di un altro romanzo di Stephen King: Stand By Me. In entrambi i film, un gruppo di ragazzi preadolescenti corre intorno alla periferia di una piccola città, legandosi durante le lunghe giornate estive e notturne. In entrambi i film, uno di quei bambini ha un terribile padre abusivo; un altro ha perso di recente un fratello, e i genitori scioccati dalla perdita hanno per lo più perso il rapporto con i figli e soprattutto con la realtà. I protagonisti bambini sia in Stand By Me che in It sono emarginati, in gran parte ignorati e costretti a trovare conforto l’uno nell’altra. Sono tutti cacciati da un gruppetto di feroci e pericolosi bulli – bambini più grandi che sono annoiati con la loro città sonnolenta e vittima di altre persone (esempio padri violenti). Entrambi i gruppi di ragazzi partono per cercare un cadavere e, lungo la strada, diventano l’appoggio emotivo l’uno dell’altro, con tutta l’intensità e la semplicità idealizzate che Stephen King mette sempre nei suoi racconti legati all’infanzia. In entrambi i film sono racconti sugli ultimi giorni di innocenza prima che la realizzazione e le responsabilità dello “essere adulti” li travolga. Ma solo in uno di questi film vede i ragazzi affrontano un clown killer muta-forma.

Il film fa alcune comprensibili cambiamenti alla storia originale, in primo luogo, divide la storia in maniera netta tra la parte giovanile e adulta, relegando al capito uno, cioè questa pellicola, esclusivamente al racconto dei ragazzi e al loro primo incontro con IT, preannunciando dunque il capitolo due, in cui i ragazzi ormai adulti dovranno affrontare per la seconda volta il malefico Clown.
Altra modifica è il periodo, anziché ambientare la storia alla fine degli anni sessanta, la storia si svolge negli anni 80, scelta che indica la volontà di far occhiolino a due specifiche categorie di spettatori: i “giovani d’oggi” e gli adulti che sono cresciuti guardando la versione televisiva di IT degli anni 90, scelta che tutto sommato non dispiace.

Alcune delle libertà registiche che il film si prende sono la totale assenza dei rituali indiani magici, con cui i ragazzi scoprono chi è realmente IT e da dove proviene, e, anche questa comprensibilissima, l’assenza scena sessuale tra i ragazzini stessi. Per il resto IT è un film che rispecchia in maniera più che accettabile il racconto di King. Ma inevitabilmente, ridurre la storia dei ragazzi in un film di 135 minuti comporta un taglio di un sacco di tempo di carattere individuale, fino al punto in cui molti dei Losers si fondono insieme. Alcune brutte e confuse modifiche suggeriscono una versione più lunga della storia in cui i protagonisti più trascurati hanno più tempo sullo schermo, ma così com’è, l’intera caratterizzazione di Stan è “un ragazzo ebreo con bar mitzvah che si avvicina”, e Mike è “un ragazzo nero che vive in un azienda agricola.”

La prima morte del film si verifica nella sequenza di apertura, come un clown terribile che si chiama Pennywise (Bill Skarsgård) attrae un ragazzino chiamato Georgie Denbrough in una trappola mortale. Mesi dopo, il fratello di Georgie Bill (Jaeden Lieberher, da St. Vincent e Midnight Special) è ossessionato nel trovare il corpo di Georgie e porta i suoi amici Ritchie (Finn Wolfhard, già visto in Stranger Things), Eddie (Jack Dylan Grazer) e Stan (Wyatt Oleff) nei guai mentre cercano le fogne per qualche segno del ragazzo. Mentre altri bambini vanno persi. Quando il gruppo, autoproclamatosi come “The Losers’ Club” (il club dei perdenti), si unisce al nuovo ragazzino e storico amatoriale Ben (Jeremy Ray Taylor), il quale li informa che il tasso di omicidio di Derry, la cittadina in cui si svolge la storia, è sei volte la media nazionale e i ragazzi scompaiono a un tasso ancora maggiore.

Uno ad uno, il gruppo – che comprende anche una ragazza, Beverly (Sophia Lillis) e il ragazzo di colore Mike (Chosen Jacobs) – incontra Pennywise, il Clown in diverse forme mostruose su misura per i loro timori personali. Presto, capiscono che gli adulti di Derry non faranno nulla a riguardo, e spetta a loro combatterlo.

Il ruolo di Pennywise, il Clown Ballerino, un insaziabile e maligno predatore inter-dimensionale i cui atteggiamenti e soprattutto la cui risata è inquietante come lo era quando lo interpretò Tim Curry nel 1994, è affidato a Bill Skarsgård, figlio di Stellan, che con il suo forte accento svedese aggiunge un che di grottesco ad un abile performance. Certo, è vero che Skarsgård è aiutato da un make-up più estremo e macabro, mentre Curry con solo un blando sorriso sui denti gialli e affilati come rasoi riusciva a far gelare il sangue nelle vene, ma non si può avere tutto.

Il cast di giovani attori è convincente e ottimamente diretto. Jeremy Ray Taylor e Sophia Lillis meritano una particolare menzione, come il ragazzo intelligente e grasso con una cotta adolescenziale, che è sorprendentemente tenera da essere credibile, e come la ragazza dura con un segreto spiacevole e oscuro. Ma tutti i sette dei bambini sono ben rappresentati e danno buone prestazioni, e vedono attraverso i loro occhi, Pennywise come una vera minaccia – un incubo infantile improbabilmente manifestato nel mondo reale.
Per i Nerd è 4 occhiali su 5.

 

Homecoming: tu sei l’Uomo Ragno

By | Film, NerdPensiero | No Comments

Spiderman, tu sei l’uomo ragno!
Spiderman, che forte sei tu!
Spiderman, la tua ragnatela,
Spiderman, ti porta lassù!

Più in alto, più in alto,
tu vai, tu vai, tu vai,
nessuno ti sfugge,
non c’è bandito che si salvi da te!

Iniziava così la sigla del cartone animato anni ’60 dell’Uomo Ragno. E fin dall’anno della sua creazione, Spider-Man è stato uno tra i supereroi più amati di tutti i tempi. Purtroppo però, la versione cinematografica di questo beniamino delle masse non ha mai avuto al 100% una pellicola che accontentasse tutti. Perché sebbene nel 2000 quando per la prima volta, Sam Raimi, fece un lungometraggio dedicato al sempre amichevole arrampicamuri di quartiere, c’era qualcosa che comunque mancava, il personaggio Peter Parker, alter ego del supereroe, interpretato da Tobey Maguire, era quello giusto però Spider-Man era troppo “silenzioso”.

Quando pochi anni dopo la Sony ripropose il personaggio con Amazing Spider-Man, con Andrew Garfield come protagonista, il personaggio di Spider-Man era azzeccato, era spiritoso, irriverente e soprattutto eroico, ma purtroppo il personaggio di Peter Parker non era credibile. Quindi i fan ormai si erano rassegnati avere due franchise che rispecchiavano solo parzialmente quello che era il personaggio che tutti volevano vedere.

E poi avvenne il miracolo, la Sony e la Marvel Studios fecero l’accordo commerciale che permise alla Marvel Studios di fare un film sull’Uomo Ragno: Spider-Man Homecoming. E che piccola gemma è stata! Homecoming è sotto molti punti di vista quello che tutti noi fan aspettavamo da un film sull’Uomo Ragno, per la prima volta è stato scelto un vero teenager per fare la parte del teenager più famoso dei fumetti, il bravissimo attore inglese Tom Holland, che riuscito a caratterizzare il personaggio di Peter Parker eccellentemente, sia con che senza la maschera, regalandoci un ragazzino con i super poteri che non sa come utilizzare e che sta cercando di trovare il proprio posto in un mondo più grande di se stesso. E contemporaneamente interpretando magistralmente il ruolo del super eroe mascherato che semplicemente non riesce a chiudere la bocca.

Per non parlare poi del cattivo di questo film, l’Avvoltoio, interpretato dal meraviglioso Michael Keaton, che non è nuovo al genere supereroistico poiché alla fine degli anni 80 interpretò il primo Batman per la regia di Tim Burton. C’è da sottolineare che è quanto mai simbolico che nel primo film della Marvel Studios sull’Uomo Ragno, sia stato scelto l’Avvoltoio come primo nemico, poiché proprio Adrian Toomes è il primo super cattivo che Peter Parker incontrò nella sua carriera da vigilante nelle pagine di Amazing Fantasy, rivista che proponeva agli esordi le prime avventure di Spider-Man.

Il problema dei precedenti film su Spider-Man erano le minacce che doveva affrontare il protagonista, di livello troppo alto, quasi globali, mentre l’eroe creato da Stan Lee è realmente un eroe di quartiere. Il punto di forza del personaggio Spider-Man è sempre stato la sua capacità di essere in contatto con i suoi “vicini di casa” e di affrontare minacce tutto sommato non enormi ma comunque pericolose, tendenza che ormai nei film dei supereroi moderni tende a sparire.

Ogni volta che Capitan America o Iron Man e gli Avengers affrontano un nemico, questo minaccia l’intero mondo, ma Spider-Man no. Ed è questa la forza di Homecoming, la capacità che ha avuto di riportare all’origine quelle che erano le premesse di un personaggio in cui tutti potessero immedesimarsi, cosa che la Marvel Studios da questo punto di vista ha fatto egregiamente.

Una nota va spesa anche in favore di Marisa Tomei, che nel film è la famosa zia May, tutrice legale di Peter dopo la morte dei suoi genitori. Dopo anni passati a vedere la zia di Peter come una vecchina indifesa, in Homecoming vediamo una donna di mezz’età, ancora molto bella, piena di vita e, diciamocelo pure, sexy, che affronta il mondo moderno con freschezza e gioiosità.

L’elemento principale che rende questo film meraviglioso è proprio l’adattamento con i tempi. Peter Parker non è un ragazzino di un liceo negli anni ’60 ma un liceale degli anni 2000, con tutto quello che ne consegue. Anche il personaggio di Tony Stark, già conosciuto negli altri film della Marvel Studios, è una figura importante del film ma contrariamente a quello che molti credevano non è “prepotente” ai fini la storia. Come tutti i film anche questa pellicola ha qualche elemento stonato, ma sono tutti i dettagli che sono facilmente perdonabili se visti della visione d’insieme.
Per i nerd è 5 su 5.

Remake, reboot e sequels. Perché Hollywood continua a farli

By | Film, NerdPensiero | No Comments

“Remake” è la parola preferita dagli studios Hollywood. Fin da quando si sono iniziati a fare film, ci sono stati registi, produttori e scrittori che chiedono di riproporre tutto ciò che era già stato presentato sul grande schermo. Perché? Perché a volte funziona davvero. Senza l’originale Scarface del 1932, il pubblico non avrebbe mai avuto il successivo capolavoro del 1983 interpretato da Al Pacino. Lo stesso vale per Ocean’s Eleven, Il Falcone Maltese, A qualcuno piace caldo e altre gemme di Hollywood. Se iniziate a studiare la storia del cinema di esempi del genere ne troverete parecchi. Certo è indubbio che le motivazioni che spingono a produrre un remake sono molte. C’è la volontà di rendere giustizia ad una storia che probabilmente nel momento in cui è stata originariamente proposta la tecnologia non era adatta, o semplicemente perché si vuole far conoscere la stessa storia ad un pubblico più adulto o più giovane, dunque modificandone tutto, o poco, tranne che il messaggio centrale, o semplicemente perché si vuole giocare sul sicuro riproponendo di base la stessa storia, a parte qualche piccolo dettaglio. Purtroppo però ultimamente, sembra che ci sia un trend crescente: rifare film, con un grande budget, grandi classici entrati di diritto e di prepotenza nel tessuto socio culturale della nostra civiltà. Se da un canto i motivi artistici sono diversi, anche più di quelli proposti da noi, dal lato degli studios il motivo per fare un remake, un reboot o un sequel è uno e uno soltanto: i SOLDI!

Beh, è semplice. I riavvio a dirsi, ma i remakes, i reboot e i sequels, sono più redditizi dei sogni più selvaggi. I film che hanno già avuto un grande successo sono film garantiti, cioè hanno già un seguito garantito che andrà a vedere il film sul grande schermo. Per non parlare del merchandising, già perché non sono solo i film singoli e auto conclusivi che vengono “violati” ma soprattutto i franchise e le saghe. Più che mai, gli studi di Hollywood stanno diventando dipendenti dai franchise passati, facendo di tutto per tenerli vivi. Un franchising che aveva tutto questo e più a suo favore è stato il “Jurassic Park” franchise, con il suo reboot-sequel 2015, “Jurassic World”. Non è stato solo in grado di dimostrare che i remake hanno ancora le gambe, ma è stato anche in grado di dimostrare che i reboot possono superare l’originale con un record di 208,8 milioni di dollari solo negli USA e solo nel week end di uscita, secondo la rivista di intrattenimento Variety. Anche “Star Wars: The Force Awakens”, ha fatto 247 milioni di dollari nel suo debutto negli U.S.A., ma molti altri sono stati dei flop, uno per tutti “Total Recall, Atto di Forza”.

Il vero problema è che a volte quando si ripropone un film già visto, ci si deve scontrare con molto più che il film stesso, come i ricordi e le emozioni delle persone che lo hanno già visto. E’ come dire che dopo anni in di matrimonio o anche dopo anni di mangiare il vostro piatto preferito esattamente quando volete, qualcuno vi proponga la stessa medesima cosa o la stessa persona, con qualche piccolo dettaglio diverso. Come la prendereste? A voler essere polemico si potrebbe dire che Hollywood ha finito le idee nuove negli anni 90, ma ancora oggi escono pellicole indipendenti, cioè non prodotti dai grandi studios che sono vere e proprie gemme, semmai verrebbe da dire che Hollywood preferisce rifare cose già fatte piuttosto che trovare nuove idee o quantomeno originali. Ma la verità è che il pubblico andrà sempre e comunque al cinema a vedere quei film perché il lavoro del cinema e’ quello di far sognare, con qualsiasi mezzo possibile. E purtroppo, o per fortuna, ci riescono benissimo.

Tornano i Guardiani della Galassia tra azione e comicità

By | Film, NerdPensiero | No Comments

Ammettiamolo, nessuno conosceva, o prendeva in considerazione i Guardiani della galassia prima che la Marvel ci facesse un film nel 2014. E poi tutti noi lo abbiamo amato. Il fumetto, creato nel 1969, sembrava una versione light degli Avengers. Ma sul grande schermo, ha raggiunto un quasi perfetto effetto action-comico, grazie soprattutto allo sceneggiatore e regista James Gunn. I Guardiani della galassia hanno fatto jackpot al box-office a livello mondiale (773 milioni di dollari), mostrandoci come il fascino sconnesso e l’inganno sfuggente potrebbero essere il solo antidoto alla solita formula hollywoodiana. Ci doveva essere un sequel.

Guardiani della galassia Vol. 2 non può corrispondere alla sorpresa del sneak-attack del suo predecessore. Puoi farlo solo una volta. La buona notizia, però, è che il follow-up, pur assumendo alcuni blocchi di CGI e la lentezza del sequel, non ha perso il suo amore per la follia ispirata. Andare a zonzo con Star Lord e con i suoi disadattati mercenari spaziali è ancora tutto quello che vorresti in un selvaggio blockbuster estivo. Oltre a Chris Pratt (Star Lord), virtuoso con un certo fascino scanzonato, Zoe Saldana è tornata come Gamora, l’assassina di colore verde che continua a bloccare i progressi emotivi di Star Lord. C’è il campione di wrestling Dave Bautista, uno spassoso e pazzo Drax il Distruttore. E poi c’è Rocket, il procione alterato ciberneticamente, doppiato da Bradley Cooper. Infine Baby Groot, un simpatico frammento di corteccia di albero delicatamente pronunciato da Vin Diesel che, qualunque sia la situazione, cigola le stesse tre parole: “Io Sono Groot”. Una stupenda spalla comica…violenta.

La trama? Questa volta, Peter Quinn, cioè Star Lord, e il suo equipaggio sulla nave spaziale stanno correndo da una razza dorata di alieni che si chiamano i Sovereign, che li ha ingaggiati per proteggere le batterie che fanno funzionare questi extraterrestri. I Guardiani scatenano l’ira dell’alta sacerdotessa Ayesha (Elizabeth Debicki) quando Rocket ruba alcune batterie per se stesso. Si verifica una battaglia spaziale che provoca la caduta della nave sul pianeta forestale Berhart. Su questo nuovo mondo i guardiani vengono raggiunti da Ego, il pianeta vivente (Kurt Russell), un essere astrale che apparentemente è il padre di Quinn.

Non voglio percorrere ulteriormente il territorio dello spoiler, salvo per dire che i legami familiari sono radicati nel DNA di questo copione. Non solo Quinn ed Ego, ma Star Lord e suo padre surrogato, Yondu (Michael Rooker), il capo del Ravager che prima ha rapito Quinn da bambino e poi l’ha usato nella sua battaglia tra cacciatori di taglie.
Ma il film comunque ha delle pecche, che tutto sommato nella visione d’insieme non lo rende per niente sgradevole.
Guardiani della galassia Vol. 2 è esattamente quello che promette di essere un film di fantascienza scanzonato, divertente, pieno di azione e con un po’ di cuore.

Per i Nerd è 3 occhialini e mezzo.

5 motivi per guardare Iron Fist

By | NerdPensiero, Serie TV | No Comments

Il nuovo prodotto della Marvel/Netflix ci presenta un nuovo eroe dei fumetti e si collega alle altre serie Netflix.

Il progetto Marvel Netflix ci ha regalato costantemente nuovi personaggi e le loro storie. Ognuno condivide un tratto comune che contengono azione hard core e spessore emotiva dei personaggi. In quello più recente, Iron Fist, incontriamo Danny Rand.
Esperto di arti marziali, il personaggio e la sua storia continuano il tono alto e le scene di lotta che abbiamo imparato ad aspettarci da questo genere di serie. Pur essendo la quinta serie Marvel Netflix, semplicemente non è della stessa stoffa delle altre. Stiamo assistendo a una nuova terra inesplorata attraverso gli occhi di un altro personaggio dei fumetti, portato alla vita sul piccolo schermo.
Tuttavia, ci saranno anche alcuni volti noti e richiami per rassicurare allo spettatore la continuità dello stesso universo degli altri.

Abbiamo guardato i primi otto episodi. Ecco cinque ragioni per cui guardare Iron Fist.

1 – Iron Fist non è un personaggio depresso.

Immaginate di essere un ragazzino, i genitori muoiono di fronte a voi, e vi ritrovate in una città sconosciuta. Sappiamo cosa è successo a Bruce Wayne quando ha assistito alla morte dei suoi genitori: è diventato un vigilante ossessionato e cupo. La storia di Danny Rand è un po’ diversa. Anche se torna a casa dopo 15 anni e scopre quanto è cambiato, è ancora abbastanza ottimista. Forse ha a che fare con la formazione e l’educazione che ha ricevuto. Forse ha avuto tutto il tempo di scatenare rabbia o frustrazione durante le sue esperienze. In ogni caso, è semplicemente più equilibrato di personaggi come Daredevil e Jessica Jones. È piacevole vedere un personaggio che ha una prospettiva più positiva sulle cose. Questo non vuol dire che Danny si vedrà in giro con un grande sorriso sul suo volto. Quando il momento arriva non esita ad agire. Questo, in una serie Marvel vuol dire: menare con calci e pugni un sacco di gente. Insieme con le sue abilità di arti marziali, ha la capacità d’incanalare il suo Chi, così da poter attingere l’energia sovrumana derivata dal cuore del serpente mistico Shou-Lao. Almeno, questa è la spiegazione fornita nei fumetti. La linea di fondo, però, è lo stesso: il suo pugno si illumina e diventa una arma devastante.

2 – La Mistica Città di K’un-Lun esiste.

Nei fumetti, K’un-Lun è una delle “Capitali del Cielo” ed esiste in un’altra dimensione. La città appare solo nel regno terreno ogni 15 anni. Gli appassionati di fumetti si saranno chiesti come K’un-Lun potesse essere utilizzata dagli autori, se si ipotizzava e se potesse esistere effettivamente in un’altra dimensione. Danny lo spiega ad a un medico in uno dei primi episodi. Spesso gli elementi dai fumetti devono essere cambiati per la camera ma lo si può fare in maniera intelligente e per nulla cliché. K’un-Lun e il tempo che Danny vi ha trascorso sono una parte enorme di quello che forma il suo personaggio.

3 – The Defenders è in fase di realizzazione.

Durante il San Diego Comic-Con del 2016, Netflix ha mostrato un teaser per la serie The Defenders. È ormai noto che Iron Fist si unirà a Daredevil, Jessica Jones, e Luke Cage per fronteggiare una grossa minaccia. Mentre si guarda la serie di Iron Fist, lo spettatore fa la conoscenza con diverse parti di New York. Ritornano alcuni volti familiari, che fungono da trade union con gli altri personaggi dell’universo Marvel. Claire Temple, interpretata da Rosario Dawson, è diventata amica di uno dei personaggi che Danny incontra. Temple è l’ex infermiera che ha utilizzato le sue conoscenze per aiutare Daredevil, Jessica Jones, e Luke Cage. Sta diventando la Stan Lee della Marvel Universe Netflix, tanto da fare apparizioni in tutte le serie finora realizzate. Jeri Hogarth, interpretata da Carrie-Anne Moss, è stato introdotto nella serie Jessica Jones. Il suo personaggio è stato liberamente tratto Jeryn Hogarth, uno degli avvocati che lavora per Danny Rand nei fumetti. Si può facilmente immaginare che conoscere un avvocato, può essere utile quando il mondo crede che fossi morto da 15 anni. Misty Knight, introdotta in Luke Cage, dovrebbe apparire in uno degli ultimi episodi. Poi ci sono un paio di cattivi…

4 – Madame Gao e la Mano.

Ricordate Madame Gao da Daredevil stagione uno e due? Lei stava vendendo eroina che aveva riportava sul pacchetto un simbolo di serpente. Quel simbolo è simile al “tatuaggio” sul petto di Danny Rand. Quando Daredevil la affrontò, lei lo fece volare semplicemente con il palmo della mano. Rumors teorizzato che il personaggio abbia visitato K’un-Lun a un certo punto della sua, apparentemente, lunga vita. È possibile che possa rivelarsi una versione della Madre Gru della serie a fumetti “Immortal Iron Fist”, del 2007. La Madre Gru era un mistico e anche il sovrano di una delle altre leggendarie “Capitali del Cielo”. Se questo è il caso, Iron Fist avrà decisamente pane per i suoi denti. Anche la Mano fa il suo ritorno: un esercito di ninja malvagi non è mai una buona cosa.

5 – Molta azione e violenza.

Se si dispone di un protagonista addestrato in una città mistica al solo scopo di trasformarlo in un’arma vivente, potete immaginare i combattimenti che ci si aspetta. Danny è veloce all’azione. Combatte con facilità e grazia, anche se difficilmente lo si vede combattere contro più nemici contemporaneamente. Ma Danny Rand non è l’unico che può combattere. Anche Colleen Wing, che si fa chiamare la Figlia del Drago, salta dal fumetto al piccolo schermo. Colleen gestisce un dojo e addestra i giovani del suo quartiere a combattere e soprattutto a difendersi. C’è una forte sinergia tra lei e Iron Fist e nei fumetti è la migliore amica di Misty Knight. Colleen in Iron Fist riesce ad avere abbastanza screen time da sfoggiare le sue abilità di combattimento. Danny avrà assolutamente bisogno del suo aiuto per affrontare le minacce che gli verranno lanciate addosso.

Tutto questo e molto altro ancora è la serie di Iron Fist su Netflix. Per i Nerd è un bel 4 su 5.

Logan, il viaggio umano di un supereroe

By | Film, NerdPensiero | No Comments

È stata una strada lunga e tortuosa per il Wolverine di Hugh Jackman. Dal momento in cui il mondo ha conosciuto il genere supereroistico moderno con X-Men del 2000, lui è stato presente per quasi tutte le sue fasi, sia alti che bassi. Dopo nove apparizioni nel ruolo, Jackman è pronto per appendere definitivamente gli artigli al chiodo. Ma la sua ultima apparizione come Logan è il degno addio che il pubblico, i fans e la critica si aspetta.

L’anno è il 2029 e non nascono più mutanti da 25 anni. La maggioranza della razza mutante è morta e Wolverine alias Logan (Hugh Jackman) ora utilizza il suo nome di battesimo, ovvero James Howlett e si guadagna da vivere come un autista di limousine. I suoi poteri di guarigione hanno ormai iniziato da tempo a diminuire. Inoltre, per completare il tutto, Logan si trova ad accudire, in una struttura abbandonata vicino al confine degli Stati Uniti e Messico, il vecchio e malato professor Charles Xavier (Patrick Stewart), ora novantenne e classificato da parte del governo degli Stati Uniti come “arma di distruzione di massa” proprio a causa della sua incapacità di controllare al completo i suoi poteri mentali.

Questa è la premessa del terzo capitolo della saga dedicata al celeberrimo mutante con gli artigli di adamantio. Diretto da James Mangold, già regista di Wolverine l’immortale, Logan è il punto di arrivo di un raccordo iniziato diciassette anni. Logan è un film che non teme il confronto con il cinema mainstream, poiché anche se Logan si ispira liberamente alle famose graphic novel Marvel “Old Man Logan” e, “La Morte di Wolverine” (anche se in pochi hanno colto questo adattamento), il film ha molto di più in comune con pellicole del calibro di The Grey di Joe Carnahan. Logan (scritto da Mangold stesso) è un film maturo in cui il protagonista si imbarca in un esame personale, nel pieno di una lotta con il proprio senso di mortalità, mentre si ritrova ancora una volta a dover combatter una battaglia che non sente realmente sua.

Logan è esattamente il genere di film che i fans hanno aspettato per quasi venti anni, in cui la Fox ha acconsentito a realizzare una storia più simile, se non altro graficamente, all’essenza del personaggio fumettistico piuttosto che la sua versione, a tratti edulcorata, presentata al pubblico precedentemente. Ma questo capitolo conclusivo della trilogia ha anche un altro enorme merito, conferma esattamente quello che aveva promesso con il trailer. Trailer che sfoggia una colonna sonora d’eccezione “Hurt” di Johnny Cash. Canzone che sembra essere una profezia, poiché nel suo testo è sibillinamente descritto lo stato d’animo e il percorso narrativo del film stesso.

Ma Logan presenta anche delle lacune di narrazione, buchi di trama che vengono lasciati aperti, quasi a suggerire al pubblico che la storia non si è realmente conclusa, anche se la fine di Wolverine è categorica e senza possibilità di fare alcuna marcia indietro. Tuttavia questi buchi di trama, non alterano in alcun modo la storia e lo spettatore può tranquillamente gustarsi la pellicola, anche se avrebbero quanto meno dato un quadro più completo degli avvenimenti. Logan è una pellicola matura che riporta brutalmente il genere supereroistico con i piedi per terra.
È la fine di un viaggio attraverso i meccanismi di base del genero umano: lo sguardo esterno di chi non è del tutto umano, ma allo stesso tempo lo è in maniera totale e assoluta.

Arriva il gioco The Avengers e un consigliere USA giura in modo nerd!

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Il gioco The Avengers della Square Enix potrebbe essere il gioco che i fan stavano aspettando. La Square Enix e Marvel hanno rilasciato un teaser trailer con gli elementi classici dei supereroi di punta della famosa “casa delle idee”, gli occhiali di Bruce Banner/Hulk, il martello di Thor, lo scudo di Capitan America, un braccio dell’armatura di Iron Man, sparsi dopo una intensa battaglia. La narrazione sembra scura, dal tono quasi minaccioso e fa riferimento al mondo che necessita sempre super eroi. Le parole di chiusura sono molto criptiche, in particolare, perché menzionano il fatto che la squadra deve risorgere. Eidos Montreal e Crystal Dynamics lavoreranno con la Marvel per aiutare a sviluppare il prossimo gioco Avengers. Se questi nomi suonano familiare, è perché sono gli stessi studi responsabili di diversi giochi di punta, come Tomb Raider e Deus Ex.

A proposito di Capitan America, un consigliere dello stato della California, Lân Diep, un ex avvocato, ha fatto qualcosa che nel governo americano, come in tutti i governi del mondo, in pochi sarebbero disposti a fare: giurare di difendere la Costituzione degli Stati Uniti d’America… mentre indossa una replica, a grandezza naturale, dello scudo di Capitan America.

Mentre, nel mondo potrebbero non esserci sufficienti scienziati o ingegneri, nel 4 ° distretto di San José, nello Stato della California, la popolazione può star certa che ora ci sia almeno un nerd magnificamente qualificato che li rappresentano. Diep, che è già al terzo mandato, ha un background stellare nel servizio pubblico, ha anche raccolto fumetti da quando era in terza elementare, e, secondo il Washington Post, possiede una trappola fantasma dei Ghostbusters (che tiene in ufficio) così come “un pezzo di kryptonite sotto vetro”.

Top 5 dei film Nerd di Natale!

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Così cari amici Nerd avete già impacchettato i vostri doni? Avete acceso l’albero? Siete veramente avvolti nello spirito del Natale? State sorseggiando una bella tazza di cioccolata calda? Quello che potrebbe completare una di queste sere festive è un film di Natale… Ma quale scegliere? Ogni anno in questo periodo, le persone sono alla ricerca per l’ultimo film di Natale. Un’attività che lascia la maggior parte di noi esausti e confusi prima di affidarci alla stessa cosa abbiamo già visto mille volte. La chiave per la selezione di un grande film sta in come ti fa stare, se poi capita di essere in vena di qualcosa di nerd, vi aiutiamo noi.
Ecco secondo noi i 5 film di Natale per assecondare il vostro nerd interiore e per farvi divertire fino un po.

5. Santa Clause

A prima vista, la storia di Tim Allen che uccide accidentalmente e poi si trasforma in Babbo Natale non sembra troppo attraente. Ma ci sono un paio di ragioni per le quali questo classico è nella nostra lista. Perché è un fantasy; forse non del calibro de Il Signore degli Anelli o Star Wars, ma una fantasia comunque. Le battute di questo film sono divertenti per gli adulti come per i bambini. La cosa veramente bella di Santa Clause è che prende il presupposto incredibile e lo porta fino a una conclusione logica, emozionante e al contempo divertente.

4. Gremlins

La perfetta combinazione di horror e humour con una scenografia Natalizia! Spielberg riesce a trasformare un regalo di natale dolcissimo in un’esperienza terrificante, catastrofica e quasi sgradita. “Gremlins” fa appello ai nerd scientifici che amano vedere esperimenti che vanno male. Se sei un fan di Frankenstein o di qualsiasi altra pellicola con un mostro da mare, allora questo potrebbe benissimo essere il tuo nuovo film preferito di Natale.

3. Nightmare Before Christmas

Ormai chiunque conosce questo film: il Re Zucca si annoia di celebrare Halloween e decide di continuare l’orrore attraverso Natale. Le capacità tecniche e digitali, dimostrate nel corso di questo racconto spettrale, sono divertenti. Ambientato nel periodo di Natale mantiene il pubblico incollati allo schermo, mentre la sua natura non convenzionale è amata dai nerd in tutto il mondo.

2. S.O.S. Fantasmi

Il Canto di Natale di Dickens… In pieno stile Bill Murray! S.o.s. Fantasmi è uno dei più inquietanti e angoscianti film commedia di natale. Ovviamente, pensato come una commedia, ma troviamo poca comicità, e in effetti le emozioni più presenti del film sembrano essere dolore e la rabbia. Poi però rifletti che il protagonista è il Bill Murray degli anni ’80 e miracolosamente il film diventa ancora più divertente.

1. Mamma ho perso l’aereo

Il più classico dei classici. La storia del piccolo Kevin McCallister che è stato lasciato a casa, da tutta la sua famiglia, volata a Parigi per le vacanze. Forse uno degli aspetti più memorabili di questo film è l’uso delle tecnologie emergenti per scoraggiare e difendersi contro i ladri. Certo nella realtà Kevin sarebbe in pratica un serial killer, ma nel magico mondo del cinema natalizio è solo un ragazzino simpatico e intelligente.

Che siate nerd o no, speriamo che questa lista possa aiutarvi a scegliere il vostro film di Natale per quest’anno! Buon Nerd Natale e felice anno nuovo!!!