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Articolo a cura di Mirko Manzella.

Ci ritroviamo nei tempi correnti a parlare di videogiochi in maniera sempre più critica.

Trama, longevità, frame per secondo, motore grafico, engine di sviluppo, avversione – sacrosanta – verso i DLC; insomma più che giocatori stiamo diventando piccoli recensori esigenti e spesso molto ma molto scontenti.

Il che non è mai un male, a dirla tutta. Il mercato videoludico è cambiato in modo drastico e ci stiamo adattando a questo cambiamento, aumentando gli standard di richiesta.

Però – e c’è sempre un però, quando si parla di videogiochi e soggettivismo – quando si è giocatori vecchi e stagionati come il sottoscritto non si è mai contenti; si resta spesso ancorati a quella vecchissima concezione di videogioco audace, innovativo per i suoi tempi e poco importa che grafica si ritrovi, l’importante è che riesca a farti immergere ed emozionare, vivendo il tutto in prima persona.

Si è capito bene, cari nerd, che non sono un fanatico degli engine e delle texture ad altissima risoluzione che rendono il titolo “realistico” – anzi, ne sono totalmente avverso ma so certamente che il comparto grafico, ovviamente, non va affatto trascurato al giorno d’oggi – piuttosto sono un cultore di sceneggiature e trame intrecciate.

Una grande storia fa un grande gioco – mantra semplice ma mai banale, fidatevi.

Ma, ahimé, non vedo spunti di discussione, quantomeno costruttiva, oramai da anni e sono molto serio. Più che innovarsi, le softwear house puntano su seguiti di brand già affermati, proponendoci sempre la stessa minestra riscaldata – assassini che uccidono templari, gli USA che salvano il mondo dalla quinta Guerra Mondiale, Lara Croft che saccheggia l’ennesimo bene archeologico di proprietà statale e bla bla bla – senza creare qualcosa di nuovo, mai visto (ah già, da non contare gli innumerevoli remastered HD che caricano il peso da novanta).

Per ovviare a questa mia grande astinenza ed alleviare le mie sofferenze da vecchio giocatore di jrpg – categoria morta e sepolta, purtroppo – ho deciso di tuffarmi nel meraviglioso mondo del retro gaming PSOne.

Sembra un controsenso, ma per trovare qualche nuovo svago bisognerebbe anche fare un passo indietro piuttosto che avanti e tornare in quel periodo della nostra infanzia in cui si sfornavano giochi a mai finire e tutti, tutti diversi, variegati ed originali.

Secondo voi, un bambino di dieci anni avrebbe mai potuto giocare tutti i titoli usciti in quell’epoca e, specialmente, senza l’informazione costante e dettagliata che abbiamo oggigiorno sul settore?

Ovvio che no. Le perle, quelle vere, dell’epoca d’oro della console grigio topo ce le siamo perse per molte ragioni, che sia per la localizzazione italiana bassissima e che ci ha privato di poter giocare molti titoli – jrpg nello specifico – oppure perché, molto semplicemente, non ne eravamo a conoscenza; togliendo la canonica rivista dell’edicola, non potevamo sapere altro.

Mi feci un giretto tra i titoli da me “inesplorati” e ne notai uno dal nome molto familiare: Xenogears.

Ne parlavano molto ed anche molto bene, definendolo addirittura il migliore jrpg della storia e, da buon amante della serie di Final Fantasy, non vedevo l’ora di vedere quanto fosse opinabile questa simpatica nomea che avvolgeva il titolo.

Recuperai una copia originale rigorosamente in Inglese – torniamo a maledire le localizzazioni – e, grazie al lavoro fatto da un paio di volenterosi ragazzotti della rete, sono riuscito a trovare una patch di traduzione italiana – sia chiaro, un titolo del genere va al di là di un semplice e consueto inglese colloquiale.

L’ho giocato e, senza troppi indugi o esagerazioni, posso sinceramente dirvi che sono tornato bambino. Giocare un titolo completamente alieno, in linea con un genere ormai defunto quasi completamente non poteva che lasciare un impatto più che positivo sul sottoscritto.

Un gioco BELLO, emozionante, scritto BENE e con un gameplay nostalgico anche se un po’ atipico per la serie.

Xenogears, titolo della ormai vecchia Square, ti catapulta in un mondo parallelo e pseudo futuristico, dove i nostri personaggi avranno a che fare con lotte e giochi di potere fra fazioni nemiche – non sto qui a farvi spoiler – combattendo in sella a dei Gear, enormi mecha antropomorfi tipici delle più classiche serie animate nipponiche.

Si ritorna a quello stile qualitativo che piace e parecchio. La trama – e ripeto, non faccio spoiler; non stiamo qui a parlare di questo – tocca in modo schietto e crudo temi sensibili e molto maturi: ricerca esistenziale, psicosi, religione (sia cattolica che giudaica), schiavitù, dignità umana, diversità, razzismo, genocidio ed addirittura cannibalismo.

Insomma, una serie di argomenti non di facile digestione, ancor più se inseriti in un contesto ed in una trama complessa e con una profondità che non ha precedenti nel genere.

I personaggi sono caratterizzati molto bene, con sfaccettature e tratti distintivi che li inserisco e contestualizzano molto bene dentro il mondo di gioco.

Se dobbiamo invece parlare del comparto un po’ più tecnico, non non possiamo non citare il comparto grafico che, a dirvi la verità, mi piacevolmente preso. Personaggi in 2D che si muovono dentro scenari e dungeon in 3D (praticamente l’opposto dei Final Fantasy dell’epoca) e la presenza di cutscene sia in computer grafica che in stile anime, prodotte dalla IG Production – lo stesso studio di Neon Genesis Evangelion e con il quale trova forti spunti comuni come l’esoterismo religioso ed il concetto di “angeli”.

Il comparto audio è ottimo, anche se un po’ ripetitivo a volte, ma può vantare di avere nella composizione il genio di Yasunori Mitsuda – Chrono Trigger vi dice nulla? – che ha saputo deliziarci con toni epici e sfumature psichedeliche.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Seppur presenti dei pregi superlativi, il gioco presenta anche qualche pecca da non sottovalutare.

La prima è sicuramente dovuta al gameplay, basato sull’Active Time Battle di Final Fantasy VII ma con sostanziali modifiche e squilibri. Si sceglie una combinazione di tasti per eseguire le combo e si attacca a più non posso; mostrando già da subito la quasi inutilità dell’uso delle magie che si mostrano solo come un contorno pressoché opzionale.

La profondità dei combattimenti torna ad equilibrarsi con l’uso dei Gear con un combat system a turni statico (e non a combo come il precedente), ma restando sempre abbastanza indietro rispetto allo standard “tattico” degli altri titoli Square.

La seconda pecca è sicuramente la più grave: il CD2.

Gli sviluppatori si sono visti un drastico taglio dei fondi sul progetto, comportando una riduzione del materiale contenuto alla fine del titolo.

Poco gameplay e un numero smisurato di dialoghi – non del tutto banali – caratterizzano l’inizio del secondo CD, per poi ritornare, nelle fasi finali, ad un ritmo quantomeno normale fino alla fine del gioco stesso. Il che, comunque, può certamente infastidire, specialmente per la distribuzione poco omogenea del contenuto totale il quale supera senza problemi le 60 ore di gioco, facendo avvertire ancor di più lo squilibrio fra i due CD.

Insomma, Xenogears è un titolo eccelso, ma con qualche pecca da considerare e, tutto sommato, siamo davanti ad un gioco come pochi e dico sul serio.

Certo, non sarà il miglior jrpg della storia per come professano in molti, ma è sicuramente un titolo che non può mancare a quei giocatori appassionati del genere e dei bei vecchi tempi dell’era Play Station, in cui si osava tanto ed i frutti venivano sicuramente raccolti.