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Articolo a cura di Mirko Manzella

Probabilmente sono in un ritardo imperdonabile.

Come da titolo, stiamo parlando di un gioco che presenta qualche annetto sulle spalle ed averlo provato solo adesso mi riempie di vergogna – TANTA vergogna.

Tutti lo conoscono, tutti lo hanno giocato e tutti ne hanno parlato fino allo sfinimento.

Ai tempi, non potevo sapere di cosa stessero parlando e, a dirla tutta, me ne sono anche un po’ fregato;

si parla di Indie, la moda del momento, quella che oggi va forte e fa figo il gamer proprio perché “è alternative” e quindi mi sono detto: “No, grazie”.

Poi però arrivano quelle calde serate estive – ancor peggio quando hanno anche il nome di lunedì – in cui non hai davvero nulla da fare: le discoteche sono chiuse, gli amici sono in catalessi, i pub sono troppo poco affollati e tante altre beffe della sorte che non sto qui ad elencare.

Le cose sono due: o mi faccio un Disaronno sour in solitudine, o nerdo come un disperato.

La risposta: Entrambe le cose; ma con un portatile con una infima propensione al videogame, le alternative sono ben poche.

Tra un sorso di Disaronno ed una tiro di sigaretta, ricordo quel famoso “No, grazie” che dissi molto tempo fa in merito a quella categoria tanto in voga di questi tempi e specialmente a quel fantomatico titolo tanto decantato da recensori e giocato da ogni singolo youtuber.

Mi procuro To the Moon, lo avvio, lo gioco, lo gioco ancora; tre ore dopo mi ritrovo con un titolo completato, con gli occhi gonfi e rossi e con rivoli di lacrime sulle guance.

Non era mai successo e pensavo non sarebbe MAI potuto accadere; poi ho realizzato cosa fosse realmente successo.

Non ho giocato To the Moon; l’ho vissuto.

Il gioco, prodotto dalla Freebird Games e realizzato con il sofware “RPG Maker” (potrebbe farlo ognuno di noi, praticamente), si mostra con un comparto sonoro di tutto rispetto, toccante e fortemente inspirato e con uno stile grafico vicino ai classici JRPG dell’epoca d’oro dello SNES (Crono Trigger, Final Fantasy VI, Dragon Quest) ma con un tocco di realismo tangibile.

Non sto qui a parlare delle vicende, poiché rovinerei l’esperienza e cadrei inevitabilmente nello spoiler; anticipandovi solo che la storia gira intorno a due dottori – e nemmeno, ad essere schietti – che lavorano per un’agenzia che riesce, tramite un macchinario molto ispirato all’Animus di Assassin’s Creed ed al concetto di viaggio onirico di Inception, a far rivivere al proprio paziente in punto di morte il suo “ultimo desiderio”, manipolando i suoi ricordi e dando a quest’ultimo la pacca finale prima dell’eterno sonno.

Mi fermo qui.

Le mie dita non digiteranno altro.

Non posso e non voglio. Sarebbe un colpo basso verso voi lettori che, invece, meritereste qualcosa di diverso da una semplice recensione.

Non consideriamola una recensione, questa, semmai mi piacerebbe considerarlo con un “consiglio” sussurrato alle vostre orecchie.

Solo quattro parole, non troppo pretensiose, non troppo anomale: “Giocate To the Moon”.

Tutto qui.

Questo è un titolo che non deve essere visto giocare da qualche youtuber o robe simili; non deve essere letto ed appreso da qualche recensione ciceroniana; non dovreste nemmeno solo giocarlo per passatempo, sarebbe impossibile.

To the Moon riesce a farsi vivere dal giocatore, prima dalla testa e poi, inevitabilmente, dal cuore; facendovi viaggiare dentro voi stessi.

Un gioco che – e non esagero a dirlo – cambia molte cose: il vostro punto di vista, la vostra coscienza, la vostra vita da giocatori.

Non sono un tipo dalla lacrima facile – anzi – ma finire questo capolavoro ha lasciato dentro il sottoscritto un vuoto singolare; un’amara consapevolezza di come il videogioco non sia solo una forma d’arte, ma uno veicolo di sentimento e messaggio introspettivo.

Cari Nerd, giocate To the Moon, vivetelo, finitelo e, una volta fatto, andate a stringere forte le persone che amate.