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Il Japan Fest è un evento che si svolge all’interno del chiostro dell’istituto Ardizzone Gioieni di Catania, “in sollievo dei Ciechi indigenti d’ambo i sessi”, adibito per l’occasione per trattare la cultura, letteratura, le arti visive, la musica, lo sport ed altro ancora legati al paese del Sol Levante.
Sappiano i miei lettori, prima di iniziare, che provo un amore viscerale per la cultura nipponica, ma ho cercato di riequilibrare le mie aspettative per fornirvi una visione imparziale.


Non bisogna aspettarsi una grande manifestazione come un Etna Comics o simili, bensì un piccolo sipario sulla scena etnea che si pone l’obiettivo di diffondere e valorizzare costumi e tradizioni di un mondo distante ma in un qualche modo vicino a noi.
Nonostante i piccoli spazi concessi dalla location del Japan Fest il tutto è gestito in modo intelligente: non troverete un gran numero di stand, ma pochi, selezionati, e quasi tutti a tema, e lasciando la maggior parte dello spazio per le attività proposte come ad esempio il kendo, il karate, la cerimonia del tè, il laboratorio di origami, ed altro ancora.
Purtroppo il clima non ha giocato a favore degli organizzatori, con scariche di pioggia che hanno costretto a far slittare gli orari del programma, ma non si sono lasciati scoraggiare e hanno continuato a portare avanti alcune delle attività approfittando dei portici intorno al chiostro e con l’aiuto dei presentatori Silvio Testa, di cui ho un ottimo ricordo avendo avuto occasione di incontrarlo nel corso degli anni in vari eventi e che ha mantenuto alto lo spirito nonostante “il bello della diretta”, e la sua partner Teresa Marchese, che l’ha affiancato egregiamente dimostrando di essere in grado di… tenere Testa (ta-tum-cha!). Il duo ha condotto con brio e simpatia per tutta la giornata di Sabato 5, rendendo palpabile al pubblico la loro passione e professionalità.
Fortunatamente padre tempo è stato clemente le ore successive, rendendo possibile l’utilizzo dell’area palco per le varie esibizioni, come ad esempio la danza kabuki “La fanciulla Airone”: mi ha davvero colpito, anche se personalmente non ho molto gradito il parlato durante la performance, considerando che il teatro kabuki è una tipologia di rappresentazione emozionale, minimalista e per lo più priva del linguaggio verbale, sebbene debba riconoscere il ruolo funzionale per la chiarezza narrativa, considerando che una trascrizione cartacea avrebbe costretto lo spettatore a leggere passo passo per comprendere cosa stava accadendo sul palco, distraendo pesantemente dall’esibizione.

Super ospite di questa 5a edizione del Japan Fest il simpatico mago Keiichi Iwasaki, noto ai più grazie al programma Italia’s Got Talent come prestigiatore umorista. La forza dei suoi spettacoli non sta semplicemente nel trucco in sè, ma nel modo di proporsi al pubblico con una serie di simpatici stereotipi caricaturali su come vengono visti i giapponesi.
Gradita sorpresa a livello personale è stata l’opportunità di gustare, al posto del classico sushi o dei cup noodles, il “bento”, ovvero il celebre pasto assemblabile servito in un vassoio dai bordi alti, onnipresente in anime e film nipponici. Diverse le specialità tra cui poter scegliere, tra cui il riso al curry ed i takoiaki (palline di pastella fritta con un bocconcino di calamaro all’interno). Quel giorno, signori miei, ho realizzato un piccolo sogno culinario, e mi sento in dovere di ringraziare i proprietari dello stand HO BENTO, che presto apriranno i loro punti vendita a Palermo e Catania.
Oltre alle forme di intrattenimento tradizionale, non poteva di certo mancare la parte moderna e cinefila della culura pop giapponese: l’area games con i classici giochi della storia videoludica, e il teatro dove sono state proiettate le pellicole Uzumaki e Gorath a cura dell’associazione Dirty Dozen.

Purtroppo non ho potuto presenziare la domenica del Japan Fest, in concomitanza della ormai immancabile gara cosplay oltre che le svariate attività sopra citate, ma notizie pervenute tramite social hanno sollevato la polemica sulle premiazioni, o meglio, sulle mancate premiazioni avvenute: parrebbe infatti che un cosplayer non è stato considerato valutabile perché avrebbe portato lo stesso soggetto in più di un’occasione vincendo anche, e questo ha scatenato la discussione. Io non posso e non voglio commentare sull’accaduto, non avendo vissuto l’episodio, ma voglio comunque dire la mia su questo argomento. E’ giusto depennare dalla valutazione una rappresentazione cosplay solo per il principio che è già stato presentato altrove e magari ha vinto in più di un’occasione (parliamo del “costume”, non della persona, eh)? Per me no, o per meglio dire non esattamente: diversi infatti sono i parametri di valutazione che portano o meno ad una vittoria in gara, e primo fra tutti ciò che più conta per me è l’interpretazione: senza nulla togliere al talento di costruirsi scenografie complesse come costumi e armature dalla manifattura impeccabile, niente di tutto ciò può sostituire l’interpretazione di un dato personaggio. In fondo è ciò che rende un cosplayer tale, cioè l’interpretare giocando. Tornando alla domanda, se in una data gara si presenta una persona con un dato personaggio portato in più di una occasione a diversi eventi questo non dovrebbe pregiudicare a priori la sua ipotetica valutazione, ma sicuramente in comparazione con concorrenti pari o superiori a lui potrebbe farlo partire svantaggiato. In una ipotetica gara dove l’ipotetico suddetto è visibilmente il migliore tra tutti sotto molti parametri di giudizio, questo non può e non deve portare a una sua “squalifica” solo perchè ha già vinto diverse volte con quel cosplay. Insomma, per farla breve, più meritrocazia e meno politicaly correct. E’ una competizione, e come tale deve essere vissuta senza troppo e palese perbenismo.

La mia valutazione del Japan Fest in occhialini nerd è di 3 e mezzo